Manifesto per un soggetto politico nuovo

Le domande giuste – M.Lanfranco

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Le domande giuste di Monica Lanfranco (dir. Marea)

Si è detto spesso, nell’ultimo periodo, che la crisi potrebbe essere, oltre che un momento difficilissimo, anche una opportunità. Tutte le crisi lo sono, da quelle di livello planetario a quelle interpersonali. Proviamo allora a guardare la opprimente vicenda ‘prostituzione a palazzo’ con occhi e mente aperta, e cerchiamo di capire come è stato possibile che uno dei paesi europei che nel secolo passato ha prodotto tra i più interessanti e forti movimenti femministi oggi è un luogo sicuramente da studiare per la velocità della sua involuzione democratica e sociale, ma non certo nel quale vivere con agio. Nel movimento delle donne, (quel che ne resta), ci sono correnti di pensiero che di fronte alla rilevanza numerica delle ragazze che via via l’indagine giudiziaria mostra punta i riflettori sulla legittimità e la libera scelta di comportamenti opportunistici, che culminano anche con la prostituzione.

“Nella prostituzione, quando non è coatta, (ammesso che di essa si tratti), c’è una dimensione di potere sugli uomini. Questo ci hanno raccontato negli anni passati alcune donne italiane e straniere che ne hanno fatto esperienza. Non si tratta di Moll Flanders, ma neppure di Pretty Woman. Qui ci sono ragazze con due lauree che partecipano ai festini (anche se poi si dicono scandalizzate). Senza contare che Berlusconi non somiglia a Richard Gere. C’è un’altra domanda, espressa prevalentemente da destra: è giusto che, per trovare le prove di un reato ipotizzato, si violino a tal punto (vedi Espresso.it) la vita e le confidenze private di tante persone?

Melania Rizzoli su Il Giornale (17 gennaio) protesta perché ragazze che sognavano un futuro nello spettacolo sono oggi bollate come escort. Ma Rizzoli è fedele deputata Pdl, non è credibile a priori. Meno sospetto è Piero Ostellino al quale non pare ‘consono a uno Stato di diritto né, tanto meno, a un paese di democrazia liberale’ che, per suffragare delle accuse, ‘si siano monitorate centinaia di persone finendo con infangarne la reputazione, quale essa sia o si presuma che sia”. L’ultima domanda è questa: se ci si interroga su tutto ciò si è per forza berlusconiani”?

Così Franca Fossati, (ex direttora di Noi donne), sul sito donne e altri, sviluppa il tema della legittimità delle modalità delle indagini, e si interroga sul limite tra privato e politico, uno dei perni sul quale il movimento delle donne ha impostato la sua alterità rispetto allo sguardo tradizionale e patriarcale della politica.

Negli anni ’70 gridare che il privato era politico aveva significato puntare il dito sull’ipocrisia della doppia morale, che permetteva al potere di mostrare una faccia pulita, morigerata e spesso ligia ai dettami religiosi in pubblico, salvo poi dietro alle porte di casa adottare comportamenti opposti.

Domandarsi, infatti, se sia lecito o meno usare strumenti anche pesantemente intrusivi, come le intercettazioni, per accertare un reato, è puntare il riflettore sul versante della libertà personale e individuale, e non più solo sulle conseguenze delle azioni individuali.

Lungi dal pensare che lo stato possa diventare censore e agente indiscriminato sulle azioni e le scelte di chi lo abita, penso però che ci si debba interrogare anche sulla centralità dei comportamenti individuali nella creazione di modelli di riferimento, e in particolare di chi ha avuto per mandato il compito di governare e quindi di indicare strade e percorsi che tracciano e informano le condotte private e collettive.

Uno stato può dirsi onesto e democratico se chi lo governa corrompe e si lascia corrompere? Quali sono i confini della libera scelta, per esempio quella di vendere il proprio corpo, quando il sistema delle opportunità offre quasi solo la corruzione come trampolino di lancio per fare carriera, e quasi nulle solo le possibilità di guadagnarsi un posto adeguato alle proprie capacità solo con la faticosa gavetta e con il merito?

A questo proposito è interessante riflettere su una lettera di una ragazza pubblicata dal sito Arcoiris Tv.

“Ma di cosa vi scandalizzate tanto? – scrive V.V, che si firma ragazza immagine, talvolta escort.- Pensate davvero che noi, prostitute d’alto bordo, per usare un linguaggio un po’ desueto (sono stata a scuola anche io, addirittura ho preso una laurea umanistica), siamo solo delle bellocce parcheggiate nei bar tra Brera e via Monte Napoleone in attesa del cliente di turno? Ora vi racconto per sommi capi la mia storia. Faccio parte anche io delle bellocce. All’università facevo di giorno la hostess nelle fiere e la sera ballavo nelle discoteche. Non c’è voluto molto per fare il ‘salto di qualità’: aggiungere delle entrare extra a quelle che si possono inserire nella dichiarazione dei redditi. Vado a cena con un farmacista, a teatro con un avvocato, a fare shopping con uno sportivo. A letto con tutti. Loro mi pagano (e pagano le varie ed eventuali: ristorante, hotel, boutique) e io vendo quello che vogliono. Non ho uno ‘sfruttatore’, non metto annunci su Internet per adescare, mi limito a beneficiare di un passa parola benevolo nei miei confronti. Io sarei una di quelle che avrebbe preso il taxi per tornare a casa perché mi sono imposta delle regole (o, per meglio dire, delle garanzie di auto-tutela). Non voglio sfondare nel mondo dello spettacolo, preferisco che volto e dettagli fisici rimangano anonimi. Ma ne conosco tante di ragazze che quel ‘disposta a fare tutto’ lo sono. È il mercato: a fronte di domanda costante, c’è offerta. E più in alto si vuole puntare, più si deve essere disponibili a cedere. Pensate davvero che questo fenomeno un giorno potrà essere stroncato?”

E’ ben evidente che se il sistema di valori e i meccanismi strutturali di una società si assestano sulla compravendita e la corruzione, invece che sullo studio, il merito, i bisogni individuali e collettivi la storia non potrà che essere quella dell’autoconservazione di una casta immortale di pochi individui privilegiati che si attorniamo di altri individui usati come beni di consumo. Questa è la realtà, oggi, di vastissimi strati di popolazione, e in questi la stragrande maggioranza di carne da macello sessuale sono giovani donne.

Cercare di dare un nome ai sentimenti che si provano davanti allo spettacolo che una intera classe politica sta dando di sé, e del paese, al mondo intero, credo significhi anche parlare di lutto.

Un senso di lutto che sta tutto dentro ad un avverbio, più volte ricorso nelle risposte dei padri e dei fratelli delle presunte fidanzate del capo del governo che, raggiunti dai colleghi speranzosi di fare lo scoop, rispondevano così alla domanda se la loro congiunta fosse la favorita del sultano: ”Magari”.

Rispetto ai primi giorni dell’indagine oggi siamo finalmente davanti al prodotto profondo della mutazione antropologica provocata in Italia da oltre due decenni di monopolio della televisione:  analfabetismo culturale, emotivo e sentimentale che ha violentemente e pervasivamente impoverito due generazioni.

Padri, fratelli, ma anche madri e fidanzati sapevano esattamente che andavano a fare le loro congiunte a casa del Drago, e non solo: le incitavano a continuare, visto che

le buste gonfie di banconote portate a casa avrebbero consentito la sistemazione di molto problemi. La storia umana è piena di frasi semplicistiche ma efficaci, che si tramandano e si traducono in molte lingue per dire verità scomode e incancellabili, e una di queste è pecunia non olet.

E infatti questi padri e fratelli hanno educato e promosso le loro figlie ad un principio e ad una pratica di vita che bene è stata confermata dalla ormai celebre Karima, che in un brano telefonico intercettato dice, riferendosi al premier: “ Finché ci sta lui io mangio, se lui se ne va che cazzo mangio più?”.

Cibo, sostentamento, casa, riparo, salute, lavoro, pace, bisogni primari come quello di potersi mantenere per vivere la propria esistenza. Ma è davvero ormai diventato normale fare qualunque cosa per soddisfare ogni bisogno? Di quali bisogni, di quali valori trasmessi come imprescindibili stiamo realmente parlando, di fronte ad adulti e maggiori (ricordate la famiglia di Noemi Letizia, che offriva la figlia con tranquilla serenità al premier e alla stampa?) che invitano le nuove generazioni a vendersi, perché è così che si fa, perché è così che tutte e tutti fanno?

Dai furbetti del quartierino, alle veline, alle velone, alle letterine, passando per le ragazze immagine, i tronisti, le escort, l’Italia in questi anni ha arricchito di nuove parole e nuove figure il vocabolario e l’immaginario della corruzione, del disimpegno, della banalità del male.

Non molto tempo fa si diceva ‘dignitosa’, della vita, come auspicio per sé e per chi ci era vicino.

Forse vale la pena di rammentare cosa si intenda per dignità.

“Con il termine dignità -dice il vocabolario -si usa riferirsi al sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, la propria onorabilità e di ritenere importante tutelarne la salvaguardia e la conservazione. Per i modi della sua formazione e le sue caratteristiche intrinseche, questo sentimento si avvicina a quello di autostima, ovvero di considerazione di sé, delle proprie capacità e della propria identità. Pertanto il concetto di dignità dipende anche dal percorso che ciascuno sceglie di compiere, sviluppando il proprio ‘io’. Ugualmente si riconosce dignità alle alte cariche dello Stato, politiche od ecclesiastiche richiedendo che chi le ricopre ne conservi le alte caratteristiche”.

Ed ecco un’altra parola, autostima, che rimbalza, e ferisce fortissima come una lama improvvisa di luce negli occhi abituati al buio. Quale può essere l’autostima che provano per se stesse le migliaia di giovani donne che in questi anni sono state l’esercito di manovalanza per le cene, le trasferte vacanziere, gli intrattenimenti,(nel prima e nel dopo cena), per gli ospiti, anche di Stato, come Gheddafi e Putin? Che genere di autostima hanno trasmesso le famiglie, composte da quei padri, madri, fratelli e ora anche fidanzati che le spronano a fare più cassa offrendo prestazioni sessuali?

Che cosa imparano della dignità le bambine che oggi guardano questa tv, ascoltano questi dialoghi tra parenti, hanno negli occhi queste giovani che iniziano a vendersi in tv nelle trasmissioni-mercato come Uomini e donne, che diventano per loro gli esempi più prossimi?

Il Financial Time, che giorni fa  titolava L’Italia merita di più , nel 2007 aveva aperto una finestra sullo squallore culturale in cui il nostro paese versava: l’articolo di Adrian Michaels era intitolato Naked ambition, (ambizione nuda) e anticipò le riflessioni offerte due anni dopo da Lorella Zanardo nel suo documentario Il corpo delle donne. Pensare che quell’articolo fu aspramente criticato dal governo, fino al punto di suggerire una possibile ingerenza negli affari italiani, oggi sembra quasi irreale. Veramente gli italiani, ed in particolare le donne italiane, ritengono accettabile

che si vendano, sulla tv terrestre, quiz di prima serata cercando di provocare i genitali dei

maschi e non i cervelli degli spettatori?- si chiedeva Michaels  nell’articolo.

Veramente oggi in Italia ci sono così tante madri e padri che si augurano che le figlie e i figli riescano a sfondare nel mondo dello spettacolo, o in altri ambiti, non importa come? Veramente ha vinto nel cuore e nelle teste di molti adulti il modello che da venti anni a questa parte la mafiosa gestione nazionalpopolare dell’informazione e dell’intrattenimento ha inculcato dalle tv nelle nostre case?

Perché tutto non si risolva in una battuta o in qualche servizio tv  non basta chiedere che questa classe politica corrotta vada via, e che la magistratura operi con severità.

Serve un progetto culturale e politico che dia spazio, voce e opportunità alle tante, e ai tanti, giovani e non, invisibili fin qui perché quasi mai oggetto di ribalta mediatica, che hanno detto no.

Se è vero che anche la narrazione diversa della storia umana cambia la storia futura e innesta nel presente  elementi di conflitto e di trasformazione si deve ri -cominciare a narrare alle bambine e ai bambini che ci sono altre giovani, altre donne,altri adulti, altri uomini che non si sono piegati nel passato, e non si piegano oggi, al ricatto e alla immediata lusinga del guadagno facile.

Il femminismo ha scardinato le categorie del pregiudizio: né madonne né puttane, finalmente solo donne, slogan scandito con orgoglio nei cortei degli anni roventi del movimento resta un paradigma centrale con il quale percorrere la politica.

Ci si deve però guardare in faccia e domandarsi quale libertà, quali modelli di relazioni tra i generi,quale senso della comunità si voglia vivere e trasmettere a chi verrà dopo di noi.

Anche la globalizzazione neoliberista parla di libertà. Quella del primato della produzione che genera profitto senza curarsi della cura e della riproduzione della specie, che diventa solo manovalanza sfruttata nelle fabbriche e carne da macello nella guerra.

L’estate scorsa l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha diffuso un’indagine dalla quale emergeva che, in Italia, solo il 46,4 per cento delle donne in età lavorativa è occupata. L’Istat invece ci informa che 6 milioni sono le donne che, tra i 16 e i 70 anni, hanno subìto una qualche forma di violenza, la maggior parte nell’ambito domestico.

L’Italia è dunque un paese nel quale il lavoro guadagnato come approdo di un percorso di formazione scolastica che culmina anche nell’acquisizione di posizioni grazie al merito e alla fatica è un miraggio ancora per milioni di donne, ed è anche un paese dove nella famiglia, luogo stereotipato degli affetti e della solidarietà, si respira violenza, paura e sottomissione.

Tra uccidere e morire c’è una terza via:vivere. Così scriveva la Wolf. Tra rinnegare la dignità e

vendersi, anche in palazzi dorati e non in strada al freddo, o smettere di lottare per cambiare i modelli e il futuro c’è quel vivere declinato qui come assunzione di responsabilità nell’esercitare la propria libertà.

La libertà di fare tutto quello si vuole, senza coniugare libertà e responsabilità è ciò che da sempre fa chi può eludere, con il potere e la ricchezza, il richiamo alle regole condivise del bene comune. Berlusconi agisce così, circondandosi del consenso e della fascinazione che si ottiene con l’elargizione di denaro, di rendite di potere e di cooptazione alla corte.

Dai tempi delle sufraggiste fino a quelle dei movimenti ambientalisti di oggi le donne dei movimenti hanno rovesciato questa logica, chiedendo più libertà e diritti da condividere, con senso del limite, per governare responsabilmente le loro vite e quelle altrui. Il potere come strumento ausiliario, e non come fine: anche e soprattutto per questo hanno lottano le femministe. Desiderare il meglio, certo: ma non a tutti i costi. Ci sono beni e valori indisponibili, gli esseri umani non dovrebbero essere in vendita, non importa se fasciati in abitini firmati o del mercato rionale. La dignità viene prima, questo è il messaggio da riaffermare, la propria e quella delle altre. Se è vero che l’interconnessione è la chiave dell’esistenza umana allora non è ininfluente accettare o sottrarsi ai ricatti: pur nella paura di restare senza lavoro un numero impressionante di lavoratori e lavoratrici Fiat ha detto no ad un ricatto, e non è poca cosa in questi nostri tempi dove la tua mamma e il tuo papà sono conniventi con il pappone che ti paga l’affitto.

Così come si lotta per i beni comuni della terra è ora di dire forte e chiaro alle giovani donne e ai giovani uomini che non c’è solo il denaro come unico approdo per la realizzazione: c’è, prima di tutto, la necessità di poter andare a testa alta allo specchio e guardarsi vedendo qualcosa da rispettare.

Le brave bambine vanno in paradiso, quelle cattive vanno dappertutto. Mi piacerebbe che tutte, ma proprio tutte, andassero assieme lontano dalla fascinazione del potere e del denaro, verso orizzonti di responsabilità, di competenza e di soddisfazione