Per una nuova politica
Credo che nessuno possa più negare che non usciremo da questa fase di crisi economico-finanziaria tornando agli equilibri del passato. Si allarga infatti ogni giorno di più l’area di quanti pensano che non sia possibile continuare a drenare risorse dalla ‘economia reale’ per cercare di resistere alle incursioni della speculazione internazionale, rendendola sempre più redditizia.
La necessità di ripensare radicalmente le regole che ci hanno governato negli ultimi decenni è ormai urgentissima, e la rende tangibile proprio la situazione italiana, che vede la nostra democrazia ‘commissariata’ da un governo reso possibile solo dal baratro etico e di incompetenza in cui il berlusconismo ci aveva sprofondato.
È indispensabile superare la coincidenza fra ‘sviluppo’ e disponibilità di beni materiali, la misurazione del ‘progresso’ sul metro del PIL, la separazione fra etica ed economia e il rifiuto si sottoporre quest’ultima al controllo della politica. Oggi viviamo anzi nella situazione opposta: le decisioni politiche sono sempre più spesso condizionate da fenomeni economici che sfuggono al controllo degli strumenti democratici, sia per le loro dimensioni sovra-nazionali, sia per l’assenza di regole giuridiche adeguate: la delocalizzazione delle produzioni, le speculazioni borsistiche, i monopoli energetici, ecc….
Questo non significa certo recuperare idee che si sono rivelate profondamente sbagliate e, soprattutto, inefficaci, come la pianificazione economica centralizzata, la crescita illimitata del debito pubblico, il ritorno a logiche autarchiche; è invece indispensabile prendere atto che i fenomeni epocali con i quali ci confrontiamo (migrazioni di massa, esaurimento delle materie prime e delle fonti energetiche, deterioramento dell’ambiente, ecc…) sono difficilmente regolabili con norme giuridiche ‘tradizionali’ e richiedono piuttosto un consenso di massa che porti a modificare i comportamenti individuali.
Non mancano certo né le analisi né le proposte per avviare questo processo di rifondazione del pensiero politico, ma condizioni essenziali affinché le nuove idee possano trasformarsi in decisioni efficaci sono senza dubbio il recupero della fiducia nelle istituzioni democratiche e di quanti le rappresentano, e la creazione di strumenti di partecipazione diretta che consentano un maggiore coinvolgimento nella formazione delle scelte.
Da questo punto di vista il ventennio berlusconiano e la sua sotto-cultura, che ha contagiato tanta parte anche delle forze che si volevano di opposizione, ci hanno lasciato una pesantissima eredità: il quasi generale asservimento degli strumenti di informazione al potere politico e economico è stato funzionale al controllo del consenso, i continui scandali (sia sul piano pubblico che personale) hanno minato la credibilità del sistema rappresentativo, l’incapacità generalizzata della classe politica di rinunciare ai propri privilegi ha alimentato il qualunquismo e l’egoismo individuale; il tentativo, infine, di piegare a interessi di parte (o addirittura personali) la stessa Carta costituzionale ha quasi distrutto le stesse fondamenta della Repubblica.
Invece proprio il recupero degli ideali di uguaglianza, solidarietà, pace e equità sociale, che caratterizzano la nostra Costituzione, e il conseguente impegno per la loro concreta realizzazione, può essere il primo passo per ricostruire un quadro di fiducia e di civile convivenza e per resistere alle pericolose tentazioni populistiche che si stanno sviluppando a fronte di politiche incomprensibilmente lontane dalla promessa equità.
Appare però assai improbabile che le attuali forze politiche in campo, con la loro storia di contraddizioni e incertezze, di compromessi e divisioni siano in grado di assumersi tale compito, che con maggiori speranze di successo può essere affrontato da un nuovo soggetto politico che si rifaccia esplicitamente al dettato dell’art. 49 della Costituzione.
Infine: fra le eredità che questo brutto periodo storico ci lascerà c’è senza dubbio anche la caduta del consenso verso la costruzione dell’Europa Unita. Troppo spesso proprio ai livelli tecnici della UE vengono attribuite (non sempre a ragione) decisioni che stanno accrescendo le pesanti conseguenze della crisi sugli strati meno abbienti delle nostre società e lasciano indenni i grandi capitali.
Questo non può che alimentare le campagne di quanti, per malinteso nazionalismo o per interesse, a uno stato europeo unico non hanno mai creduto.
Non c’è dubbio che l’attuale Europa dei burocrati, delle lobby, delle estenuanti mediazioni fra interessi corporativi, del liberismo esasperato e della scarsa solidarietà fra gli Stati membri piaccia a pochi; anche in questo caso però la via d’uscita non può essere l’arretramento, ma la sollecitazione di un ulteriore passo avanti verso un Parlamento europeo veramente rappresentativo e dotato dei poteri necessari, ad esempio, a imporre regole certe sui profitti delle speculazioni finanziarie, a far pesare a livello internazionale un mercato di 500 milioni di persone, a difendere un esperimento ancora unico di solidarietà sociale e di convivenza fra culture, lingue e religioni diverse, che rappresenta l’unico futuro possibile per il nostro pianeta.
In tutta l’Europa, in questi giorni di consultazioni elettorali, si agita lo spauracchio dell’astensionismo, del disimpegno o dell’adesione a qualunquistici estremismi impersonati da personaggi più o meno pittoreschi; al quasi 50% dei cittadini che non si sentono rappresentati da nessuna delle forze politiche in campo, e che spesso sono depositari di competenze e volontà di partecipazione, occorre fornire una possibilità di “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare” le scelte politiche che condizioneranno il futuro dei nostri figli.
Francesco Baicchi
