Uno “scheletro” territoriale e un’organizzazione per progetti
Innanzitutto una premessa. Pur condividendo il senso di urgenza contenuto sia nel “Manifesto”, sia nella gran parte degli interventi all’assemblea del 28 aprile, credo che Alba non andrà da nessuna parte se non tenterà di darsi forme organizzative adatte a durare. Da qui ad un anno daremo il nostro contributo ad una possibile vittoria delle sinistre alle elezioni politiche, ma anche nel più roseo degli scenari, il processo di cambiamento della sinistra e del Paese sarà di lunga, lunghissima durata.
Quindi le nostre forme organizzative devono essere pensate:
- per durare senza burocratizzarsi,
- per guardare lontano senza trascurare i problemi più urgenti,
- per crescere senza paralizzarsi.
1. Quale modello organizzativo?
A tal fine mi sembra importante che alla presenza capillare sul territorio facciano riscontro solide strutture organizzative centrali, le quali, pur basandosi sulla rotazione degli incarichi e sull’assenza di “ispessimenti burocratici”, siano dotate di un robusto modello di organizzazione, in grado di dare continuità proprio in presenza di alternanza nelle responsabilità di coordinamento.
Il modello che io credo sia più proficuo è quello che prevede uno “scheletro” costruito su base territoriale, ma una modalità di funzionamento “per progetto”. Si tratta in altri termini di costituire numerosi gruppi tematici nazionali:
- permanenti o temporanei a seconda delle necessità;
- autoorganizzati ma tenuti al raggiungimento di obiettivi condivisi a livello più ampio all’interno di ALBA;
- operanti in misura preminente sul piano “virtuale”, in modo da rendere intensa la collaborazione senza rendere insostenibile il dispendio di tempo (e denaro!) con viaggi e strumenti farraginosi come le assemblee;
- responsabili per la messa in comune e lo sviluppo delle competenze presenti fra i militanti ed utili al raggiungimento degli obiettivi condivisi;
- responsabili della diffusione di informazioni e capacità fra tutti i militanti presenti sul territorio (in tal senso, sarà cruciale la creazione di un sistema informativo interno agile ma anche capillare).
2. Come organizzarsi per progetto?
L’organizzazione “per progetto” (vale a dire per “campagna politica” – ma il termine “progetto” è più chiaro rispetto al modello da adottare) presuppone alcuni punti, che tento di illustrare tramite un esempio che proviene dall’assemblea del 28 aprile: la democrazia economica e in particolare le necessità di contrastare la recente modifica della costituzione sul pareggio del bilancio. A titolo esemplificativo, espongo di seguito, molto schematicamente, come io vedrei l’impostazione di un “progetto Democrazia Economica”.
a) Finalità generali e obiettivi specifici.
La finalità è evidentemente il recupero della possibilità di realizzare politiche pubbliche progressiste e inclusive, negata dalla modifica costituzionale. Il principale obiettivo specifico, dunque, è l’abrogazione della recente modifica costituzionale.
b) Modalità operative.
Il percorso consiste fondamentalmente in una seri di tappe successive: elaborare uno o più quesiti referendari in maniera adeguata perché siano accettati dalla Corte Costituzionale, organizzare una rete di raccolta firme, avviare la campagna di raccolta, una volta conclusa e passata al vaglio della Cassazione e della Corte Costituzionale, impostare e realizzare la campagna per il voto. Oltre a queste attività fondamentali, però, sarà necessario: attivare una campagna di comunicazione (multicanale: in rete, sui media tradizionali, faccia a faccia) che inizi prima della raccolta firme e prosegua prima della convocazione del referendum; raccogliere i fondi necessari a finanziare l’intero percorso; istruire gli attivisti che parteciperanno alla campagna sia sui contenuti referendari, sia sulle modalità di azione che si intende adottare; stringere alleanze con altri soggetti che possono condividere l’iniziativa referendaria (per esempio, fra i partiti politici, i sindacati, le associazioni di enti locali, etc.).
c) Tempi.
Il percorso referendario, in assenza di particolari complicazioni, dura non meno di un anno e mezzo. È sufficiente che si metta di mezzo un cambio di legislatura perché i tempi si allunghino di un altro anno. Come si fa a far durare una campagna così a lungo? Forse occorre tornare sul tema degli obiettivi e immaginare di perseguire, con la stessa campagna, anche obiettivi aggiuntivi rispetto a quello principale (proposte di legge nazionali o regionali, pressione sui partiti perché compiano scelte che attenuino o blocchino gli effetti della modifica costituzionale, etc.)
d) Bilancio economico.
Come detto, va compiuta un’analisi approfondita dei costi di una campagna di tale durata ed impegno e avviata un’attività di fund raising.
e) Struttura organizzativa.
Va prevista una rete ben coordinata di attivisti (chi svolge cosa, cosa si decentra, cosa si accentra, come si cura la coerenza dei comportamenti e della comunicazione esterna, etc.), un sistema informativo ad hoc, efficaci modalità di istruzione degli attivisti stessi (la raccolta firme è un’attività delicata, esposta al rischio di invalidazione).
f) Azioni successive.
Uno volta raggiunto l’obiettivo dell’abrogazione, questo non garantisce che si torni a politiche sociali inclusive. Si tratta allora di individuare altri obiettivi da perseguire, dopo ma anche durante il percorso referendario, per evitare che un esito favorevole della consultazione possa poi rimanere lettera morta nella pratica di governo.
3. Come lavorare insieme
Ridotto all’osso, questo potrebbe essere uno schema per l’impostazione di una campagna/progetto.
Come si lavora a un progetto del genere? Con un incontro politico iniziale, in cui si condividono le finalità generali del progetto e poi con molto lavoro decentrato, fisicamente nei territori, ma soprattutto tramite la creazione attorno al progetto di una comunità virtuale che valorizzi gli strumenti della rete: il wiki per la creazione di documenti comuni, i pool online per le questioni che dovessero essere decise a maggioranza, i social network per la pubblicizzazione delle iniziative sul territorio e per il reclutamento di nuovi attivisti, la mailing list per tenersi informati, chat e forum per discutere delle questioni più operative interne alla comunità politica che si dedica alla campagna/progetto. E ogni tanto ci si rincontra faccia a faccia per discutere di politica: analizzare le sfide e gli ostacoli incontrati, condividere le esperienze e la passione per ciò che si sta facendo insieme.
Stefano Palumbo
