L’anomalia politica calabrese (www.sinistraeuromediterranea.it)
“Grillo non parla calabrese”, titolava ieri il direttore Matteo Cosenza e si domandava perché i risultati delle amministrative siano stati così diversi in Calabria rispetto al trend nazionale. Nella nostra regione, infatti, il Pdl tiene e vince, i “grilli” sono rimasti nelle campagne a frinire, e la partecipazione al voto è stata bassa, ma non molto di più delle altre volte. Mentre in Italia si parla di terremoto elettorale –caduta verticale del Pdl, clamoroso successo delle liste 5 stelle di Grillo, netto calo di partecipazione al voto – la Calabria sembra vivere in un altro paese. Ci sono due modi per leggere questo fenomeno. Il primo, più tradizionale e condiviso, è che la Calabria sia una regione “arretrata” in tutti i campi e sia quindi normale che quello che accade nel Centro-nord del nostro paese arrivi qui con “ritardo”. Il secondo, che è quello che sottoscrivo, è che nel campo dei fenomeni sociali e politico-istituzionale la Calabria “anticipi” il futuro del nostro paese, e non solo.
Mi spiego meglio. E’ vero che nel campo della tecnologia o dell’industria culturale la Calabria sia una regione marginale che “consuma” le innovazioni che vengono prodotte all’esterno della regione, con qualche eccezione che conferma il dato generale. Non è vero, invece, che nella sfera sociale e politico-istituzionale la Calabria segua a distanza quanto accade nel resto del paese. Anzi, è vero il contrario: molti dei fenomeni sociali e politici di cui si parla negli ultimi anni sono stati “anticipati” nell’esperienza calabrese. Vediamone alcuni. Già trent’anni fa (sic!) in Calabria i partiti si erano sbriciolati, travolti da faide interne, invisi alla popolazione che cinicamente li usava per soddisfare i propri bisogni. La maggioranza della popolazione non credeva più che ci fosse una differenza tra destra e sinistra e l’unica cosa che contava era la persona a cui si dava il voto. L’antipolitica in questa terra di Calabria è una costante, mentre la politica –ovvero lo scontro vero tra visioni del mondo, programmi ed obiettivi- è un’eccezione. Così è avvenuto rispetto ad un altro rilevante fenomeno socio-economico e politico: l’ascesa dell’economia criminale, l’emergere di una nuova classe dirigente definita “borghesia mafiosa”, l’intreccio politica-criminalità organizzata. Fino a pochi anni fa questo fenomeno era visto come il frutto dell’arretratezza di questa regione, del suo sottosviluppo, mentre oggi tutti gli studiosi più prestigiosi concordano sulla “modernità” del fenomeno che ha ormai dimensioni planetarie. L’idea che la ‘ndrangheta poteva essere sconfitta con più investimenti pubblici che avrebbero portato lo sviluppo ha prodotto danni ingenti e rafforzato il fenomeno che si voleva combattere. Pensiamo, ad esempio, a cosa successe dopo l’omicidio dell’on. Fortugno. Il governo Prodi stanziò immediatamente 200 milioni di euro per combattere il sottosviluppo – e quindi la ‘ndrangheta- finanziando progetti di ristrutturazione di piazze, scuole, ecc. , risorse finanziarie che finirono spesso per alimentare le imprese mafiose.
Oggi, con ritardo decennale, anche il nord Italia scopre il potere dell’economia criminale che arriva a coinvolgere anche le istituzioni locali, per non parlare della “Lega di Bossi e Belsito”, il partito di Roma ladrona e dei duri e puri. Ma, mentre nel Mezzogiorno ed in modo particolare in Calabria assistiamo da anni ad un risveglio di coscienze, ad un crescente numero di imprenditori che si ribellano al racket, all’usura ed allo strapotere mafioso, nella opulenta Lombardia è difficile trovare un imprenditore che abbia il coraggio di denunciare i mafiosi, come ha dichiarato l’anno scorso il giudice milanese Ilda Bocassini.
Tutto questo per dire che la categoria dell“arretratezza” spesso non spiega i fenomeni sociali e politici e può risultare anche fuorviante. Ma anche per dire che bisogna guardare alla Calabria con uno sguardo diverso proprio perché per alcuni processi economici, sociali e politici questa terra è stato un laboratorio, o meglio una cavia da laboratorio. Perché ? la risposta non è univoca, ma sicuramente in questa terra il capitalismo non ha trovato resistenze,ed ha desertificato economie locali e società. Di contro,in altre regioni italiane dove c’era un forte capitale sociale, una tradizionale partecipazione dei cittadini al governo dei Comuni, la risposta locale al mercato capitalistico ha trovato un punto di equilibrio tra mercato globale e mercati locali, ha costruito reti tra imprenditori e istituzioni locali, ha rafforzato i legami sociali e le forme organizzate della democrazia. La Calabria non ha vissuto niente di buono di quello che in altre parti la socialdemocrazia, il compromesso capitale-lavoro nell’era fordista ha prodotto. Questa terra di Calabria, come buona parte del Mezzogiorno, non ha conosciuto il boom economico nazionale, l’euforia degli alti tassi di crescita di quel periodo, né i Trenta Gloriosi (1945-1975) di cui parlano gli studiosi di storia economica europea. Ma, solo ondate emigratorie, dalla fine dell’800 ai giorni nostri, e consumi crescenti trainati dalla spesa pubblica, dagli anni ‘70 fino alla metà degli anni ’90 del secolo scorso. Pensiamo alla deindustrializzazione che la Calabria –insieme al Mezzogiorno- ha subito ad ondate successive, venti anni dopo l’Unità d’Italia, e che oggi travolge il centro-nord sotto l’incalzare della concorrenza delle potenze emergenti, a partire dalla Cina. E potremmo continuare con altri esempi per dire una cosa semplice, ma a nostro avviso rilevante: quello che succederà nel prossimo futuro in questa regione riguarda tutto il nostro paese. Proprio perché i calabresi hanno vissuto molto prima del resto del paese il degrado della politica, dell’economia e della società, è interessante capire se e come questa regione ne possa uscire. A seconda delle risposte che i calabresi sapranno dare al dominio dell’economia criminale, alla scomparsa dei partiti storici,alla crisi di legittimità delle istituzioni il resto del paese potrà cogliere o meno una speranza, una indicazione per il futuro. Insomma, detto con una battuta: se ce la facciamo qui…si può fare in tutta l’Italia.
Sosteneva Carl Schmitt che nelle situazioni estreme –come una guerra o una calamità naturale- vengono alla luce con chiarezza i rapporti di forza, le forme del potere, ma anche le risorse sociali che nella “normalità” vengono celate o viaggiano sottotraccia. E la Calabria è per molti versi una regione “estrema”, e non sempre questo ha una valenza negativa.
