I comuni sensi dei saperi
Occupandosi delle relazioni umane, connessioni individuali che aspirano al concretarsi nei luoghi d’origine, c’è la necessità di decentrare le funzioni sociali, decostruendo l’immaginario delle infinite “periferie” collocate ai margini di un fulcro centrale dirigenziale, per rifarsi a un modello alternativo a quello esistente, riprendendo l’autonomia culturale e territoriale nei sistemi di comunità, per l’applicazione della teoria del benessere alla vita reale. Evitare l’abdicazione delle varie culture a un’unica massificante, è come evitare le “pari opportunità” tra sessi, se il modello di riferimento resta impunemente quello vincente e sopraffante in atto. Anche lo strumento legislativo, va interpretato sempre attraverso la cultura. Non retrocedere da questo punto, è condizione indispensabile per gli individui disponibili al cambiamento. Ponendosi criticamente, confrontano le proprie esperienze da attori principali, e non nel paradossale ruolo di comparse, beninteso verso le proprie vite come spesso avviene, cercando in tal modo la continuità naturale per la narrazione, indispensabile nel tramandare. Riconoscersi attraverso le differenze, è di carattere istintivo e non razionale, l’intesa tendente all’armonia va cercata con la creatività, la sinergia va costruita nel libero arbitrio, e non da modelli rigidamente costruiti a priori, al di fuori dei quali si è esclusi, o al massimo “tollerati”. Pessima ipotesi. Altro sarebbe, o meglio è, coercizione per egemonizzare gruppi sociali consenzienti, solo per l’inganno premeditato al loro danno. I secondi fini sarebbero gli stessi che si prefiggono gli uomini su gli animali al macello, in parte.
Del resto storicamente, a prescindere degli assetti interni dei governi nazionali, che siano stati democratici o totalitari, e non escludendo mai l’ingerenza della Chiesa cattolica, il concetto essenziale espresso dei beni comuni, evidentemente snaturandolo, è sempre stato sostenuto e promulgato, caro per così dire al potere temporale. Usando attribuzioni esclusive di quantità, qualità, controllo, monopolio, e addirittura con la privazione della libertà, sono stati sempre presenti, per una se pur minima apparente vita sociale: ufficialmente innegabili nella loro totalità. Così, scorgendo una certa debolezza per la sua relatività, il concetto di bene comune va concepito e applicato, avendone facoltà, riferendosi alla natura delle cose, e agli sviluppi sociali, per i quali nasce l’esigenza di fare il punto del riassetto. E’ innegabile che il sistema “Fordista”, abbia rappresentato unanimemente alla sua comparsa, una novità del sistema sia produttivo sia sociale, rivoluzionando con l’accesso inclusivo al lavoro e ai beni di consumo, equiparando e innalzando, i tenori di vita dei singoli e quindi delle comunità. Come la stessa ripresa economica del dopoguerra in Italia, congeniata dall’America “salvatrice”, attraverso il “Piano Marshall”, con la concessione di crediti e beni di consumo per il nostro così detto “boom economico”, ridando speranze di vita certamente migliori in quella situazione. Questi due esempi sono rappresentativi, per la loro relatività da una parte, e possanza dall’altra, punte di diamante della “ripresa”, che una volta instaurata, fino ad oggi è stata il perno del sistema economico, negli accordi e nelle alleanze mondiali, portatrice delle disfunzioni abnormi per le quali paghiamo un prezzo altissimo, temendo al contempo, l’impossibilità di una riconversione vera, per lo stato avanzato delle cose.
Altro quindi, è creare l’opportunità dello scambio dei saperi liberi, non invasivi, contemplandoli come, di fatto, è nelle scritture, nei principi costitutivi di una democrazia, realizzando l’accezione positiva e costruttiva, ponendo così la primarietà dell’esigenza, su tutto il resto indiscutibilmente, e non la subalternità condizionata da variabili contingenti, di natura per altro strategica. Condizione privilegiata che ridà valore, perduto nei meandri dell’ideologia capitalistica, fatta di privazioni ed esclusioni. Non è in funzione del macro sistema che le relazioni possono esprimersi liberamente, non in difesa della proprietà o debellando la minaccia dell’invasione (da parte di chi e verso chi?), ma rafforzando i localismi, si attua un circolo virtuoso che fonda il suo benessere nella cultura del saper vivere. Roba non da poco.
La gratuità teorizzata ritorna come opportunità realizzabile, per svincolare dagli scambi monetizzati che deprimono il senso della nostra vita, assoggettandola alla speculazione su ogni transazione, sia materiale, sia culturale, che ci vuole un po’ come fossimo trasformatori di una plus-energia, e non bisognose menti pensanti e discernenti. Consumatori e produttori di redditi, l’ideale del cittadino medio che può ambire niente di meno all’onorificenza di Cavaliere del Lavoro!
Una rivoluzione umanistica è certamente necessaria. Come i fatti ci dimostrano, non c’è possibilità alcuna del cambiamento se il passaggio non avviene con l’auto determinazione. Una presa di coscienza tale da poter individuare i rapporti con quali si vuole interagire all’interno delle comunità. La sapienza deve commutarsi in interesse sociale e non relegata a esercizi intellettuali. L’affermazione individuale determina il riconoscimento sociale, e attraverso i modi relazionali che contemplano affetti e lavoro, avvengono di conseguenza le autonomie locali. Ma se la necessità della trasmutazione sociale, può essere condivisa sul piano teorico, occorre far leva sul concetto di sobrietà dei modelli di vita per metterla in pratica. La rinuncia del superfluo non è specifica degli strati sociali più agiati, ma è un compito diffuso poiché la pratica del consumismo è la destinazione principe al quale il sistema economico ci obbliga. L’uso e getta, la sindrome dell’aggiornamento tecnologico, la ricerca spasmodica dell’estetica, la ricerca del piacere esotico, i confort esasperati, i moderni miti e altre disfunzioni interpretative, rende impossibile l’attuazione dei beni comuni nel loro significato profondo, e tutto ricade nell’oblio. La semplicità così, si presenta paradossalmente a noi come difficoltà, e la nostra complicità al modello in atto, ci turba, ma non tanto quanto servirebbe per una riconversione individuale delle nostre abitudini.
L a nostra vita non può essere nominata, certamente nell’illusione, sopra di tutto, ma è parte integrante dell’esistenza ciclica e universale.
Nino Borrelli
