I partiti sono in crisi, ma la proposta di Alba non la risolve – Alessandro Somma (Il Manifesto)
27/07/2012
Per molto tempo i partiti politici si sono ritenuti un importante correttivo all’ambiguità di fondo della democrazia borghese: se questa consente la partecipazione diffusa solo con le elezioni, quelli la offrono sempre. Inoltre, la democrazia borghese impone la mediazione e la cooperazione nel nome di un non meglio definito interesse generale, mentre i partiti promuovono la rappresentanza e il conflitto utili a realizzare un equilibrio tra interesse generale e interessi di parte. Infine, se la democrazia borghese è di tipo deliberativo, assicura cioè la mera possibilità di prendere parte alla decisione, i partiti producono democrazia partecipativa: contrastano il potere producendo contropotere e mirano ad assicurare la concreta possibilità di incidere sull’esito della decisione.
Questo schema non ha funzionato e ha determinato la crisi dei partiti. Esso resta però un valido punto di riferimento per valutare le soluzioni proposte, da ultimo nel Manifesto per un soggetto politico nuovo. Anche qui si afferma la necessità di correggere la democrazia borghese, ma con modalità che non producono democrazia partecipativa e non realizzano un equilibrio tra mediazione e rappresentanza.
A questo portano innanzi tutto le modalità indicate per promuovere la partecipazione diffusa ai processi decisionali: dal referendum online all’assemblearismo dei cosiddetti tavoli interagenti. Sono modalità che privilegiano l’aspetto procedurale, che consentono il formale coinvolgimento nelle decisioni di un numero anche ampio di portatori di interessi, senza tuttavia differenziare tra interessi deboli e interessi forti: le modalità tipiche di un sistema che trascura l’uguaglianza sostanziale. Sono questi i vizi tipici della governance neoliberale, che cancella il conflitto e impedisce la costruzione di contropoteri. Vizi che non si possono certo contrastare, come si dice nel Manifesto, chiamando facilitatori a coordinare tavoli interagenti, o formulando generici inviti a praticare la nonviolenza.
Problemi analoghi affliggono anche la democrazia dei beni comuni, che il Manifesto invoca pensando alla loro amministrazione come forma di partecipazione diffusa. Così si realizzano solo forme di democrazia deliberativa, se l’amministrazione coinvolge effettivamente tutti i portatori di interessi, o peggio pratiche neocorporative, quando si opera invece una selezione degli interessi da coinvolgere. E le pratiche neocorporative, esattamente come quelle di democrazia deliberativa, esaltano la mediazione e mortificano la rappresentanza. Finiscono poi per perseguire la pacificazione sociale e il mantenimento dello status quo, per essere quindi autoreferenziali e per mettere le decisioni di sistema al riparo dal conflitto. E’ così che l’economia, con la sua pretesa di neutralità tecnica, ha sottratto spazi vitali alla politica, l’ha resa una tecnica di amministrazione dell’esistente.
Anche le modalità di funzionamento del soggetto politico nuovo portano alla democrazia deliberativa e privilegiano la mediazione a scapito della rappresentanza. Il Manifesto dichiara di voler mettere in connessione le diversità, ma non chiarisce come assicurare loro l’effettiva capacità di incidere sulle decisioni, oltre alla mera possibilità di presenziare i luoghi in cui vengono assunte. Come se un ambiente cooperativo non fosse tale proprio per l’occultamento della forza o debolezza sociale di chi lo vive, e come se il conflitto non debba essere una modalità di estensione e difesa della politica all’interno come all’esterno dei suoi protagonisti.
A tutto questo si aggiunge una sopravvalutazione degli interlocutori privilegiati dal soggetto politico nuovo: la mitica società civile, che spesso presenta tutti i difetti che si imputano ai partiti politici, dal narcisismo dei leader all’assenza di democrazia interna. Anche qui: non bastano i facilitatori o la nonviolenza per risolvere il problema.
Sicuramente occorre rifondare i termini della partecipazione democratica e altrettanto sicuramente occorre farlo presto, riconquistando con la cultura dei beni comuni gli spazi occupati dal mercato. Ma bisogna evitare di correre, perdendo per strada interlocutori importanti, inseguiti dalle scadenze elettorali, che in quanto tali si sono sempre rivelate fatali, e fonte di nuove delusioni e rinunce all’impegno politico.
Questo schema non ha funzionato e ha determinato la crisi dei partiti. Esso resta però un valido punto di riferimento per valutare le soluzioni proposte, da ultimo nel Manifesto per un soggetto politico nuovo. Anche qui si afferma la necessità di correggere la democrazia borghese, ma con modalità che non producono democrazia partecipativa e non realizzano un equilibrio tra mediazione e rappresentanza.
A questo portano innanzi tutto le modalità indicate per promuovere la partecipazione diffusa ai processi decisionali: dal referendum online all’assemblearismo dei cosiddetti tavoli interagenti. Sono modalità che privilegiano l’aspetto procedurale, che consentono il formale coinvolgimento nelle decisioni di un numero anche ampio di portatori di interessi, senza tuttavia differenziare tra interessi deboli e interessi forti: le modalità tipiche di un sistema che trascura l’uguaglianza sostanziale. Sono questi i vizi tipici della governance neoliberale, che cancella il conflitto e impedisce la costruzione di contropoteri. Vizi che non si possono certo contrastare, come si dice nel Manifesto, chiamando facilitatori a coordinare tavoli interagenti, o formulando generici inviti a praticare la nonviolenza.
Problemi analoghi affliggono anche la democrazia dei beni comuni, che il Manifesto invoca pensando alla loro amministrazione come forma di partecipazione diffusa. Così si realizzano solo forme di democrazia deliberativa, se l’amministrazione coinvolge effettivamente tutti i portatori di interessi, o peggio pratiche neocorporative, quando si opera invece una selezione degli interessi da coinvolgere. E le pratiche neocorporative, esattamente come quelle di democrazia deliberativa, esaltano la mediazione e mortificano la rappresentanza. Finiscono poi per perseguire la pacificazione sociale e il mantenimento dello status quo, per essere quindi autoreferenziali e per mettere le decisioni di sistema al riparo dal conflitto. E’ così che l’economia, con la sua pretesa di neutralità tecnica, ha sottratto spazi vitali alla politica, l’ha resa una tecnica di amministrazione dell’esistente.
Anche le modalità di funzionamento del soggetto politico nuovo portano alla democrazia deliberativa e privilegiano la mediazione a scapito della rappresentanza. Il Manifesto dichiara di voler mettere in connessione le diversità, ma non chiarisce come assicurare loro l’effettiva capacità di incidere sulle decisioni, oltre alla mera possibilità di presenziare i luoghi in cui vengono assunte. Come se un ambiente cooperativo non fosse tale proprio per l’occultamento della forza o debolezza sociale di chi lo vive, e come se il conflitto non debba essere una modalità di estensione e difesa della politica all’interno come all’esterno dei suoi protagonisti.
A tutto questo si aggiunge una sopravvalutazione degli interlocutori privilegiati dal soggetto politico nuovo: la mitica società civile, che spesso presenta tutti i difetti che si imputano ai partiti politici, dal narcisismo dei leader all’assenza di democrazia interna. Anche qui: non bastano i facilitatori o la nonviolenza per risolvere il problema.
Sicuramente occorre rifondare i termini della partecipazione democratica e altrettanto sicuramente occorre farlo presto, riconquistando con la cultura dei beni comuni gli spazi occupati dal mercato. Ma bisogna evitare di correre, perdendo per strada interlocutori importanti, inseguiti dalle scadenze elettorali, che in quanto tali si sono sempre rivelate fatali, e fonte di nuove delusioni e rinunce all’impegno politico.
