Referendum, se la Consulta rivitalizza la democrazia – A. Lucarelli e U. Mattei (L’Unità)
29/07/12
Il referendum sui beni comuni, il cui esito è stato recentemente ribadito e difeso dall’intento di vanificarne i risultati dalla Corte Costituzionale con le sentenze nn. 199 e 200 si conferma un momento costituente (nel senso del filosofo statunitense Bruce Ackerman) che dovrebbe far riflettere anche la nostra dottrina costituzionalistica sulle miserie del formalismo concettualista e sulla inutilità di un discorso costituzionale incapace di tener conto della realtà dei fatti. Sostenere come fatto di recente dal collega Giorgis su queste pagine che non esiste una sovra-ordinazione fra volontà sovrana direttamente espressa e volontà rappresentata da un ceto politico professionale di nominati largamente delegittimati, significa semplicemente crogiolarsi nelle mitologie giuridiche della modernità.
I temi della partecipazione e dei beni comuni, sia pur nelle loro specificità concettuali, rappresentano due contesti tematici capaci di esprimere un’esigenza – sempre più radicata nella società – di rivendicazione collettiva di garanzie inerenti i diritti fondamentali, tradite dai rappresentanti eletti nel corso del ventennio di potere neoliberale. La democrazia della rappresentanza è stata irrimediabilmente corrotta dalla commistione fra i pubblico e privato e proprio per ovviare a questi tradimenti i nostri costituenti lungimiranti avevano previsto il referendum. I referendum del giugno 2011 avevano al centro proprio il tema del rapporto fra pubblico e privato sicché il loro esito non poteva che portare la Corte Costituzionale a rompere finalmente con l’ ambiguità in materia di c.d. “vincolo costituzionale”.
Per quanto riguarda in particolare il tema dei beni comuni, esso è negli ultimi tempi al centro di un intenso dibattito, di impianto decisamente trasversale, che ha avuto particolare risonanza a partire dai lavori della commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico dei beni pubblici, in occasione dei quali è stata delineata una specifica categoria che, nelle intenzioni della commissione, voleva evidentemente costituire un’ipotesi alternativa di risposta a quelle esigenze sociali che da tempo la struttura proprietaria, anche nella sua declinazione pubblica, non è in grado più di soddisfare.
Il riferimento è specificamente a quei beni caratterizzati da progressiva scarsità e nello stesso tempo funzionali al soddisfacimento di bisogni essenziali, le cui garanzie di tutela non sono più realizzabili in base ai parametri proprietari, ma sono compromesse proprio dalla relazione proprietaria tra l’individuo ridotto a consumatore e la realtà ridotta a merce.
Lo sforzo teorico sul tema dei beni comuni è notevole, in quanto si pone in una prospettiva di superamento del modello proprietario e di apertura verso modelli in cui l’elemento funzionale dell’utilità del bene sia prevalente rispetto a quello della titolarità. Inoltre il tema dei beni comuni è espressione di un processo collettivo di rifiuto delle decisioni assunte dall’alto.
Con i referendum dello scorso anno il fenomeno di sensibilizzazione sul tema dell’acqua favorito dall’azione di molteplici gruppi e movimenti, che ha progressivamente assunto connotazioni sempre più solide, si è fatto prassi costituente. Tale prassi, ripresa in contesti locali (es Napoli) o in singole vertenze (Teatro Valle, No Tav) ha resistito alla tenaglia neoliberale dei governi Berlusconi e Monti ed oggi, in coniugazione con un forte e consapevole attivismo giurisprudenziale (non solo le sentenze 199 e 200 della Corte Cost. ma anche da ultimo il caso Ilva di Taranto) rappresenta il solo orizzonte alternativo capace di far prevalere i valori costituzionali sugli interessi della finanza.
Ingenua, banale o anacronistica è l’impostazione di chi, nell’ attuale rapporto di forza enormemente sbilanciato a favore degli interessi privati, blandisce la rappresentanza quale modello doc della democrazia, rispetto alla democrazia diretta e partecipativa oggi declinata in molteplici esperienze di cittadinanza attiva.
L’intreccio perverso di tecnici e cooptati, che oggi racchiude il binomio tipico della rappresentanza parlamento-governo, tradisce chiaramente la strutturale degenerazione della rappresentanza, tanto più in un momento storico nel quale i partiti politici non sono più idonei a svolgere quella funzione alla quale erano stati chiamati a svolgere dalla Costituzione. Semplicemente oggi non è vero che il rappresentante sia in condizioni di interpretare l’esercizio della sovranità diretta del rappresentato e assumersi l’eventuale responsabilità politica di contraddirne il senso. Il rappresentante eletto oggi è strutturalmente prigioniero di altri interessi sicché solo la costruzione di un obbligo giuridico di rispetto del vincolo referendario quale quello sancito dalla Sentenza 199 della Corte Costituzionale può mantenere in vita la democrazia.
Alberto Lucarelli e Ugo Mattei
Promotori referendum sull’acqua
