Manifesto per un soggetto politico nuovo

Non morire montisti – Marco Revelli (Il Manifesto)

07/08/2012Rassegna Stampa
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Forse ce la faremo a portare a casa la pelle in questo agosto complicato. O forse no. Può darsi che l’asse Monti-Draghi, con l’appoggio esterno di Hollande e l’alleanza «interna» con la Confindustria tedesca, riescano ad arginare la voglia dell’alleanza del Nord di spaccare l’Eurozona e di sganciare la zavorra mediterranea dal treno mitteleuropeo. O è possibile che i falchi della Bundesbank riescano ad accelerare ancora la marcia verso un’Armageddon finanziaria, quando si decidano una volta per tutte i sommersi e i salvati, magari nella convinzione che un euro limitato all’area dei paesi optimo iure – dei virtuosi finalmente liberi dalla cicale del sud – sia più adatto ad affrontare il prossimo big one, quando esploderà la grana dell’immenso debito americano.

Comunque vada, è chiaro che i giochi per noi verranno fatti fuori dai nostri confini. I compiti – sempre più impegnativi, sempre più estremi – verranno stabiliti a Berlino, o a Francoforte, non certo «a casa». Per chi crede che la costituzione materiale europea sia scritta una volta per tutte sulle tavole di pietra del dogma neoliberista, e che sia per sua natura immodificabile (lo credono tutte le principali forze politiche italiane, lo crede Monti, lo credono Bersani e Casini, lo crede – forse – Alfano…), la strada per restare nell’euro è segnata. E si fa sempre più ripida.

Sia che si debba sottostare esplicitamente all’accettazione del famigerato Memorandum, o che a ogni riunione dell’Eurogruppo si sia obbligati a portare sul tavolo una nuova offerta sacrificale, è certo che le linee guida nel campo delle politiche sociali nel prossimo quinquennio resteranno quelle seguite dal governo Monti in questo primo squarcio di 2012, con un ulteriore incrudelimento dettato da un’emergenza permanente. D’altra parte c’è già chi, in Europa, dice che la riforma del mercato del lavoro non basta ancora, che la flessibilità in uscita, pur dopo il taglio dell’art. 18, è insufficiente, che le remunerazioni pubbliche e private sono ancora eccessive (anche se stanno al fondo della graduatoria Ocse), che l’occupazione nel pubblico impiego è pletorica. I mercati e i banchieri centrali teutonici ce l’anno ormai insegnato, che «non gli basta mai».

Che su questa strada, dentro questo quadro rigido e immodificabile di compatibilità, i compiti, come gli esami, «non finiscono mai».

Ora è evidente che, se inserite in questo contesto, e se limitate alle attuali forze in campo, le prossime elezioni politiche appaiono in larga misura già segnate. Per certi versi potremmo dire «inutili». Chiunque vinca, tra gli attuali «insiders» – centro-destra o centro-sinistra – si troverà l’agenda già scritta. Qualunque governo scaturisca nell’attuale sistema dei partiti, dovrà seguire una road map che permette pochissimi scarti, e nessuna «svolta» rispetto alla linea seguita finora. Dopo Monti, sembra chiaro, non può che esserci Monti, o la sostanza del «montismo» probabilmente ulteriormente incrudelita, sia che l’ex presidente della Bocconi ascenda al Quirinale, o che rimanga alla guida del governo per un nuovo accordo bipatisan da stipulare prima o più probabilmente dopo le elezioni o, ancora, che conservi un qualche ruolo di garante grazie a un qualche nuovo espediente istituzionale a cui siamo ormai abituati.

E d’altra parte – se la politica volesse davvero «fare un passo avanti» oltre il governo dei tecnici – ve lo immaginate voi un governo di centro-sinistra con Bersani in giro per il mondo – come ha fatto il «professore» in questi mesi – a tranquillizzare i guru di Wall Street o gli scettici finlandesi o i tecnocrati della Buba con il suo linguaggio da Crozza e un partito diviso su tutto? O, nel caso improbabile di una vittoria del centro-destra, un nuovo governo Berlusconi con lo spread a 2500 fin dalla prima settimana?

È per tutte queste ragioni che mi è apparsa del tutto dissennata, e in fondo suicida, la decisione di Nichi Vendola di riunirsi a coorte con il Pd. E di legare le proprie sorti ai risultati di consultazioni primarie in cui, bene che vada, potrà contendere il secondo posto a un qualche Renzi, e dopo le quali si troverà vincolato al programma del vincitore: lo stesso che ha approvato la riforma Fornero con art. 18 incluso (su cui non mi pare che Vendola fosse d’accordo), la riorganizzazione del sistema pensionistico con esodati annessi, la modifica dell’art. 81 della Costituzione, con la messa fuori legge delle politiche keynesiane, la spending review… ecc. ecc. E che per questa ragione non potrà che farsi garante della continuità con quelle politiche.

Questo è lo scenario, se ci si ferma al «mondo sparito» (come lo chiama Ilvo Diamanti) su cui ragiona la politica ufficiale: se si continuano a consultare «le vecchie mappe» di un’Italia che non c’è più. Se però solo si sposta un po’ più in là lo sguardo, sul mondo reale che viene avanti, il quadro cambia radicalmente. I partiti su cui sono incentrate tutte le ipotesi di governo del dopo-elezioni tutti insieme, Pdl e Udc, Pd e Sel, non superano il 60% dei potenziali elettori (elettori, non «aventi diritto al voto»). Cioè, supposto che non subiscano ancora ulteriori emorragie, stanno poco al di sopra della metà di quel meno di due terzi di cittadini ancora disposti a votare.

Fuori dal loro cerchio magico c’è un popolo esteso, in potenziale espansione, che in quelle sigle, in quelle facce, in quei linguaggi non ci crede più. E che probabilmente non ci sta a rassegnarsi all’alternativa tra morire subito di default o entrare in una lunga agonia sociale in cui la fine del tunnel non solo non si vede ma viene via via allontanata dalle misure di «risanamento» subìte. Intuisce che occorre un’alternativa di modello allo stato di cose presente: uno scarto, o uno scatto d’immaginazione e di progettazione, che ci porti fuori dall’impasse. In parte si posteggia nelle liste del Movimento 5 stelle. Segna, urlando, la propria demarcazione rispetto al «mondo sparito» in cui non crede più. In parte cerca conforto in ipotetiche liste civiche, nei Sindaci che hanno dato segnali di diversità, nelle pieghe del «locale» dove la fiducia negli uomini tenta di compensare la sfiducia negli apparati. Ma è e resta «in attesa».

A loro bisognerà dare una risposta in avanti. Pensando in grande: a un’altra Europa, in primo luogo. Un’altra politica estera che ipotizzi la strutturazione di un’area mediterranea in grado di negoziare da posizioni di parità con il centro berlinese e l’area dei «virtuosi» e di contrastarne i dogmi falliti. E poi un’altra politica sociale, che metta al centro i diritti del lavoro, e il lavoro in quanto tale, come entità reale, contro la virtualità del «finanz-capitalismo» e dei suoi circuiti astratti. Un’altra politica economica, fondata su quei processi di riorganizzazione capillare del sistema produttivo intorno a una generale messa in sicurezza delle nostre vite e del nostro ambiente di cui ha scritto su questo giornale Guido Viale. Un altro stile di «far politica», che restituisca dignità e parola ai cittadini e ai territori. C’è uno spazio immenso, per una galassia che sappia riconoscersi e condensarsi intorno a pochi, semplici punti da non negoziare, senza gli esercizi bizantini del vecchio Arcobaleno, senza bilancini e intergruppi, senza estenuanti mediazioni. Semplicemente per un atto di riconoscimento del «reale».

Può sembrare banale. Ma «se non ora, quando»?

  • Cristiano

    FDS+ALBA+IDV Ma facciamo in fretta…

  • massimo_esposito74

    Certe volte penso che esista una volontà di autodistruzione persino nel popolo tedesco che ha raggiunto uno dei più alti gradi di welfare del mondo. Qualcuno dall’ interno di quel paese cerca di devastare questo sistema, trascurando con felicità ciò che c’è da fare per non abbandonare i paesi mediterranei , chissà forse per costringere milioni di lavoratori disperati a emigrare in Germania, e poter finalmente, anche in questo paese, attuare una negoziazione a ribasso delle condizioni sindacali. Ciascuno, nella propria patria era potenzialmente in grado di prendersi cura del proprio stato di welfare, ma con la globalizzazione: questi ampi spazi senza legge, questa libidine di libertà che degenera, ed eccita gli uomini, soprattutto i miserabili, e quando noi, che dovrebbero urlare ad alta voce il valore supremo e necessario della solidarietà umana , dei rapporti sociali, del welfare, proprio noi balbettiamo insicuri, quasi ammirati dalla lucentezza del coltello che ci sta macellando; e chi dovrebbe rappresentarci lo fa men che meno; a questo punto sospettando che questi leader dall’ indiscutibile intelligenza, abbiano compreso, prima di noi l’ineluttabilità della catastrofe umana a cui stiamo andando incontro, e cercano solo un posto sulla scialuppa. Facciano qualcosa per smentirmi!

  • Dino Angelini

    con Landini alla guida del rassemblement!!! facciamo in fretta!

  • andrew

    se i loro dogmi sono falliti, come fanno il centro berlinese e i paesi virtuosi ad avere il successo economico che hanno?

    • massimo_esposito74

      Fosse che i dogmi fallimentari erano imposti ai concorrenti per farli restare indietro?

      • andrew

        devo essermi perso Kohl che mi obbligava a votare Craxi, Andreotti, Berlusconi, D’Alema….

        • massimo_esposito74

          Siccome esiste anche la possibilità di lasciar marcire il proprio concorrente nel male, e non fare a posta nulla, nemmeno per avvisarlo, si spiega anche perché a Kohl gli sia semplicemente bastato rimanersene in silenzio, sul conto di Craxi, Andreotti, Berlusconi, e D’Alema, quindi non preoccuparti, non ti sei perso nulla, perché semplicemente nulla Kohl ha fatto.

          • AnnaZ

            Abbiamo da decenni una classe politica INCOMPETENTE e SENZA SENSO DELLO STATO (non deviato) e poi la corruzione e le connivenze con il sistema mafioso: questo basta e avanza per spiegare la rovina attuale :-(

  • DinoAngelini

    secondo me occorre al più presto prendere posizione formalmente come Alba sull’accordo Bersani – Vendola!!

  • http://www.facebook.com/massimo.torelli Massimo Torelli

    la risposta di Ferrero oggi sul Manifesto..
    vediamo se si apre un dibattito..

    C’è una sinistra oltre il montismo

    COMMENTO – Paolo Ferrero

    Ho molto apprezzato l’articolo di Marco Revelli
    apparso alcuni giorni fa sul manifesto. Condivido l’esigenza di dare corpo ad
    uno spazio pubblico di sinistra, che dia una risposta in avanti alle domande di
    cambiamento che non trovano soluzione nelle ipotesi politiche ad oggi presenti.
    Ritengo urgente fare un passo in avanti e scrivo queste note per aprire un
    dialogo esplicito, al di fuori di inutili diplomatismi.
    1 – Il governo Monti
    non è una parentesi ma un vero e proprio governo costituente.
    Se, come ci
    insegna Carl Schmitt, «sovrano è colui che decreta lo stato di emergenza», Monti
    oggi incarna un potere sovrano che attraverso la produzione di paura e
    rassicurazioni sta realizzando in Italia una rivoluzione iperliberista e la
    contemporanea passivizzazione di massa. L’obiettivo perseguito è la sistematica
    distruzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, del welfare e la
    privatizzazione del complesso del patrimonio pubblico. La stessa recessione
    provocata dalle misure assunte dal governo e dalle forze politiche che lo
    sostengono, diventa parte integrante di questa azione, basata
    sull’annichilimento della popolazione, sullo shock per dirla con Naomi
    Klein.
    2 – Il carattere costituente dell’azione del governo proietta i suoi
    effetti ben al di la della sua durata temporale. Le misure assunte ristrutturano
    i rapporti sociali così come definiscono i confini delle politiche economiche.
    Il combinato disposto tra inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione e
    approvazione del Fiscal compact non esauriscono la loro efficacia nei prossimi
    mesi. Rappresentano un vero e proprio binario obbligato, destinato a fissare per
    i prossimi anni la politica economica di ogni governo in carica. Il taglio del
    debito pubblico di 45 miliardi ogni anno per vent’anni è una camicia di forza
    che inchioda l’Italia a politiche iperliberiste, ben al di la della durata del
    governo Monti. Una volta messo il binario, dal treno in corsa ci si può
    affacciare dai finestrini di destra o di sinistra, si ha l’impressione di vedere
    un paesaggio diverso, ma la direzione è predeterminata.
    3 – Questo processo è
    intrecciato con una ristrutturazione dell’Europa che vede il proprio perno
    nell’uso politico della speculazione e nel ruolo di dominus della Bce. Le ultime
    scelte dei vertici di capo di stato e della Bce puntano infatti ad un doppio
    obiettivo: da un lato governare l’euro evitandone la deflagrazione; dall’altro
    aumentare la capacità di pressione sui singoli paesi attraverso un
    commissariamento di fatto della politica economica e di bilancio. In questo
    contesto non è per nulla da escludere che il governo Monti arrivi a firmare un
    memorandum con l’Europa che determini un ulteriore vincolo per i futuri governi
    italiani.
    4 – In questo contesto è del tutto evidente che la proposta
    politica del Pd, di unire moderati e progressisti nel governo del paese, non
    potrà che muoversi sui binari fissati da Monti, producendo minime variazioni sul
    tema. La valutazione negativa della proposta politica del Pd non ha quindi un
    carattere astratto o pregiudiziale ma è data dal merito concreto della stessa.
    Le politiche insite nell’accettazione del Fiscal compact sono destinate ad
    impoverire il paese, a stravolgere il quadro politico, sociale ed istituzionale
    costruito dopo la seconda guerra mondiale e basato sinteticamente sulla
    democrazia parlamentare, sullo sviluppo del welfare e sulla presenza decisiva
    del movimento operaio e sindacale. A scanso di equivoci, non penso assolutamente
    che centrodestra e centrosinistra siano la stessa cosa o abbiano la stessa
    politica. Penso che il sostegno al governo Monti e la proposta politica avanzata
    dal Pd – sia sul piano dei contenuti che sul piano delle alleanze – non ha nulla
    a che vedere con la soluzione dei problemi del paese e con l’uscita a sinistra
    dalla crisi.
    Il punto oggi non consiste nell’interpretazione progressista del
    montismo ma nella radicale messa in discussione della strada imboccata dal
    governo Monti. Occorre mettere in discussione il Fiscal compact e le politiche
    di stabilizzazione europee come fanno le sinistre in Europa, da Syriza al Front
    de Gauche, da Izquierda Unida alla Linke, per non citare che le più
    conosciute.
    5 – Per questo ritengo necessario costruire oggi in Italia uno
    spazio pubblico di sinistra che abbia un progetto radicalmente alternativo di
    costruzione dell’Europa. Non si tratta di costruire una piattaforma estremista
    ma di prospettare una uscita a sinistra dalla crisi che sappia intrecciare una
    politica alternativa sia sul piano europeo come su quello nazionale, come ha
    saputo fare Syriza in Grecia. I temi dei diritti del lavoro, dei beni comuni,
    dello sviluppo del welfare, dei diritti civili, della democrazia partecipata e
    della riconversione ambientale e sociale dell’economia rappresentano nodi
    centrali da affrontare. Questo progetto può realizzarsi solo se è capace di
    aggregare e di attivare il complesso delle soggettività che oggi in Italia si
    pongono sul terreno dell’alternativa di sinistra. Questa è la condizione per
    poter avanzare al paese una proposta politica chiara e credibile, che sia
    percepita come una opportunità e non come una residualità.
    6 – Io penso che
    oggi non esista alcuna forza politica organizzata – a partire da quella di cui
    faccio parte – che possa candidarsi a rappresentare da sola questo progetto. Per
    aggregare il complesso delle forze di sinistra e di alternativa che vi sono nel
    paese – e non sono poche – occorre dar vita ad un processo consapevolmente
    plurale in cui convergano esperienze diverse. Occorre costruire uno spazio
    pubblico in cui chi opera in un partito, una associazione come Alba, in un
    comitato, in un sindacato, in un movimento o semplicemente chi vuole impegnarsi
    per costruire l’alternativa, possa trovare il luogo ove costruire
    collettivamente. Non voglio fare elenchi perché ogni lista rischia di escludere
    piuttosto che includere. Occorre essere consapevoli del carattere plurale e
    pluralista di questa costruzione: non esiste oggi una cultura politica, una
    forma organizzata, una visione generale, che possa racchiudere il tema
    dell’alternativa o possa pensare di imporre agli altri e alle altre il proprio
    punto di vista o la propria prassi politica. Il rispetto della differenza e il
    riconoscimento della pari dignità dei diversi percorsi può e deve essere il
    punto fondante questa possibilità così necessaria. Propongo quindi di agire
    consapevolmente per la costruzione di una lista unitaria di sinistra che abbia
    nella democrazia, nella partecipazione e nel pluralismo politico- culturale il
    tratto distintivo e costituente. Non possiamo ripetere le tragiche esperienze
    della sinistra arcobaleno. Il carattere democratico e partecipato, basato sul
    principio di “una testa un voto” e non sulla contrattazione tra stati maggiori
    deve caratterizzare questo processo al fine di decidere programmi, modalità di
    presentazione alle elezioni, candidati. Federare, confederare, operare una
    tessitura politica decidendo democraticamente mi pare il percorso che dobbiamo
    intraprendere.
    7 – Dobbiamo quindi costruire un percorso democratico di
    formazione di una soggettività plurale della sinistra che abbia l’obiettivo
    esplicito di dar vita ad una lista per le prossime elezioni politiche. Questo
    percorso ha difficoltà a partire se non vi è un segnale politico chiaro. Questa
    esigenza è oggi largamente sentita nel paese ma non riesce a darsi forma finché
    non vi è la chiara apertura del processo. Siamo come in una situazione di
    sospensione: occorre che vi sia un atto costituente per far si che la soluzione
    precipiti. L’atto di partenza però non può contraddire le caratteristiche del
    processo: nessuno può convocare qualcun altro. È necessario che il segnale di
    partenza sia visibilmente plurale e unitario. Per questo mi fermo qui. Propongo
    a Marco come a tutti e tutte coloro che possono pensare di contribuire a dare
    questo segnale di ragionare insieme su come farlo, nel più breve tempo
    possibile. Io penso che a settembre dobbiamo dare questo segnale e dobbiamo
    essere in grado di far partire il processo di aggregazione: per costruire
    l’opposizione a Monti, per costruire una lista per le prossime elezioni, per
    ricostruire una sinistra degna di questo nome nel regno del
    montismo.

  • Marina

    Condivido tutto.Ma questa vasta area in attesa, si può immaginare che siano Vendola, Grillo,Ferrero (Ah! Ferrero!), magari Turigliatto e magari tutti insieme dopo aver steso un programma (di 300 pagine o di 10 punti) a rappresentarla?

  • luciana

    marco revelli mi piace moltissimo . condivido in pieno tutto quel che é venuto dicendo .bisogna cercare uomini ( e donne ) cosi’per sedere in parlamento!

  • Italo

    Semplicemente per un atto di riconoscimento del «reale»…..bella e sintetica frase di Revelli.
    E allora immergiamoci in questo REALE.
    La maggioranza degli italiani sono quelli che non votano piu` o che non sanno a chi darlo.
    Buttiamoci alle spalle le camice nere e le bandiere rosse perche` hanno palesemente, di fatto, fallito.
    Ora abbiamo bisogno di gente onesta che ripudi il clientelismo e l’affare sotto banco o la mazzetta e non ami il protagonismo ma solo disponibili a impegnarsi per il proprio Paese.

    A mio parere, queste premesse, si adatterebbero perfettamente alla schiera dei simpatizzanti del M5S dove, a parte Grillo che ne e` l’attore principale, e ripeto…attore, tutti desiderano amministratori aventi le caratteristiche sommariamente accennate qui sopra.

    Le differenze tra ALBA e il M5S starebbero nel fatto che:
    - il M5S accederebbe al consenso della gente facendo leva sull’immediato entusiasmo di una frase o di una proposta, la cosi detta pancia.
    - ALBA accederebbe al consenso attraverso il ragionamento di una proposta articolata.
    Con questo non voglio spezzare in due la futura maggioranza degli elettori, gli ignoranti e istintivi da una parte e gli intellettuali dall’altra.
    Entrambi desiderano le stesse, sopra elencate, caratteristiche negli amministratori, arrivandoci attraverso percorsi piu` o meno istintivi e ragionanti.
    E allora,
    - il M5S non potrebbe esistere se si desse una struttura di partito, e di sicuro avra` un grande consenso alle prossime elezioni,
    - ALBA, avendo una struttura non ancora partitica e puntando sostanzialmente solo nella discussione-ragionamento, non riuscira` a raggiungere molti consensi.
    Allora mi chiedo se non sia il caso che i soggetti di ALBA possano confluire nel M5S, rispettandone le premesse ma portando valore aggiunto a quel Movimento che, nonostante le critiche, rappresenta una interessante e vitale novita` per il futuro del nostro Paese.

  • giovanni

    ok…..fds + idv + alba = 5% (forse…) mancano idee forza …se la proposta è mettersi insieme per aprire un dibattito per coinvolgere la soggettività plurale a formulare ipotesi di programmi per elaborare l’alternativa ……

  • Vladimiro Alfano

    La pacchia è finita, e il brutto è che ns. eletti non se ne sono ancora accorti, nonostante Monti e il suo entourage lo abbiano detto più volte.
    La riforma, quella vera, quella solutiva, deve essere degli italiano e del loro modo di pensare. Spiego perchè.
    Nel ventennio immediatamente successivo al dopoguerra il paese era da ricostruire e giustamente, non essendo noi secondi a nessuno, abbiamo avuto il ns. boom economico, è li che sono nate le grosse industrie italiane.
    Gli anni 70 e 80, causa guerra fredda, hanno drogato il mercato italiano. Essendo il paese strategicamente importante, vedi la quantità di basi Nato sul territorio, il blocco occidentale ha cercato di mantenere il paese congelato politicamente per garantirne stabilità. A questo punto la classe dirigente a iniziato fruttare la situazione, come?
    Iniziando a chiedere alle multinazionali americane di investire ne ns. paese.
    Avendo la copertura del blocco occidentale, si sono accorti di avere una fiducia dei mercati illimitata, e che quindi potevamo emettere debido con l’assoluta sicurezza che qualcuna l’avrebbe comprato.
    In quel ventennio il paese ha smesso di industrarsi per campare da solo, ha iniziato a campare alle spalle, ma la verità stava sempre nelle ns. tasche, cioè nella quantità di zeri sulle ns. banconote.
    La verità era che il paese non produceva nulla da solo, e quindi svalutato.
    Quando è venuto giù il muro di Berlino è finito il ns. interesse per il ns. paese, e lì i problemi hanno iniziato a venire a galla.
    Prima tangentopoli, dove una lettura più attenta avrebbe dovuto essere quella di guardale all’intero sistema paese.
    Craxi l’aveva detto “se noi siamo ladri, lo siamo tutti”, ipocriti noi a pensare di essere migliori di lui, avevamo paura, perchè la verità sarebbe stata:
    abbiano imparato a vivere in un sistema falso, dove la ricchezza non deriva dal ns. impegno ed ingegno, ma ci viene elargita da terzi che ora non hanno più interesse.
    E’ in quel periodo che è nato il clientelismo, è lì che è morta la meritocrazia, essa infatti non serviva a nulla!
    Mi ricordo mio padre, comunista doc, assiduo frequentatore di manifestazioni, sindacalista, quando finii la scuola, inizio anni 90, gli chiesi come fece lui a trovare lavoro, rispose freddamente “grazie alla raccomandazione di un democristiano”, ecco.
    Ora dobbiano iniziarre daccapo, con lo stesso spirito del dopoguerra, dobbiamo ricostruire l’economia di paese, e come facciamo?
    Per prima cosa dobbiamo aumentare il consumo interno, ciò non vuol dire acquistare di più, ma guardare quelle aziende che producono nel paese, o pelomeno all’interno della comunità europea, solo così possiamo sperare di mantenere / aumentare i posti di lavoro.
    Ma dico possibile che a nessuno venga in testa che acquistando prodotti fabbricati in paesi extra europei non abbia nessun impatto sulla ns. economia? Il fatto che la merce non si ripara più, ma si butta e si ricompra, nessuno si domanda qual’è il rovescio della medaglia?
    Perchè costa così poco? Ma quando lo pagano quell’operaio che ha prodotto quell’oggetto? Ma siamo sicuri che per produrro questo’oggetto, che costa così poco non abbiano deturpato l’ambiente?
    Basterebbe parsi quaste domande.
    Naturalmente è sacrificio perchè la merce prodotta nel paese è più cara, e ciò vorrà dire che qualcuno non potrà permettersi questo ò quello, ma il modo di pensare dovrebbe essere “preferisco che i miei soldi finiscano nelle tasche di un operaio del mio paese, o di un paese europeo”.
    Questo modo di agire dovrebbe aumentare la domanda interna favorendo la nascita di nuove imprese.
    La nascita di nuove imprese, permette di aumentare il know-out italiano e quindi di esportare prodotti, aumentando il valore del ns paese.
    Qual’è il ruolo dello stato in tutto questo ?
    Quello di un buon genitore, aiutare i propri figli a camminare da soli, addestrandolo nel migliore dei modi (scuola), garantendogli salute (sanità), finanziando gli inizi (sgravi fiscali e finanziamenti), mantenere il rispetto delle regole civili penali e fiscali, dicendo anche di no quando è necessario.