Manifesto per un soggetto politico nuovo

Il futuro è già qui (in risposta a Valerio da Modena) – Guido Viale (Il Manifesto)

15/08/2012Rassegna Stampa
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In riferimento all’articolo di Guido Viale pubblicato sul Manifesto del 25 luglio scorso, con mio grande dispiacere ho notato che ha riconfermato la sua abitudine a proporre azioni politiche che guardano al lontano futuro e mai al presente (oggi, domani, subito). Io sono stato, fino a poco tempo fa, un estimatore del pensiero di Viale. Condivido il discorso sull’ambiente e la riconversione ecologica, ma non può ignorare la necessità di dare risposte, ora, su ciò che accade.
L’Unione europea e l’euro stanno saltando e la proposta che riformula è quella solita di una costruzione della società futura. Se non si interviene correttamente subito, con un’azione politica che miri ad affrontare il problema cruciale, per evitare che l’Europa o, almeno l’Italia, non sprofondi nel precipizio, la stessa società futura che propone (e che io condivido), non si potrà realizzare mai. Non si può separare, come fa, gli obbiettivi a lungo termie con quelli immediati, a breve, medio e lungo termine. Pena la sconfitta su tutti i fronti. Non può liquidare il ritorno alle valute nazionali con due righe. Addirittura «Alba» (il nuovo soggetto politico a cui ho aderito) ha un atteggiamento di sufficienza verso chi la considera una possibile opzione.
Ritengo che sia un atteggiamento sbagliatissimo per degli intellettuali, per giunta di sinistra, che dovrebbero scandagliare e analizzare tutte le possibilità, senza scartarle a priori. Ci sono tanti economisti di sinistra che condividono e/o auspicano questa possibilità e la analizzano nel dettaglio. Sono tutti rimbecilliti? E poi ci sono tanti modi per uscire dall’Euro, non solo quelli che propone la destra. E ci sono anche soluzioni intermedie (Jacques Sapir «Bisogna uscire dall’Euro?»). E poi non è sufficiente, a mio avviso, giustificarlo dicendo che non è più possibile riproporre il Keynesismo.
Ci sono tante strade percorribili, ma debbono comunque mirare, ripeto ora, a liberarci dalle catene della finanza internazionale e, quindi, dai vincoli che l’Unione europea ci pone (e che saranno sempre più stretti fino a strangolarci). E non ci si può limitare, come fa Viale, a un confronto con il potere della finanza semplicemente «imponendo» una radicale ristrutturazione dei debiti (ma come? e poi? vedi Grecia).
A questo punto chiedo a Viale (e suo tramite anche ad «Alba»): come intendete affrontare la situazione oggi? Se vi ostinate a non proporre un’uscita controllata dall’Euro (quantomeno studiatene l’eventualità e quindi le possibili modalità), cosa proponete perché l’Italia si liberi da subito, dalle grinfie dei mercati finanziari?
Valerio, Modena
Risponde Guido Viale
Fuori o dentro l’euro? Non è una decisione che dipende da noi, qualsiasi cosa si intenda con quel «noi». Ma è comunque una scelta ineludibile per la costruzione di un programma di governo e, soprattutto, preliminare alla costruzione delle forze necessarie per potersi porre il problema del governo. Nell’assemblea di Alba a Parma è emerso un orientamento generale che ricalca quello di Syriza: dentro l’euro – fin che si può; non dipenderà mai solo da «noi» – rinegoziandone radicalmente le condizioni. Con in più la cautela di non affrontare isolatamente il problema, ma di trattarlo come un tema per costruire un fronte di tutti i paesi sotto scacco e di tutte le organizzazioni che condividono questo approccio. L’esatto opposto della pratica dei «compiti a casa»: che vuol dire competere perché a cadere per primo sia qualcun altro, accelerando così il collasso di tutti. Ma il problema è tutt’altro che chiuso e merita alcune precisazioni.
Un ritorno al passato, cioè alle svalutazioni competitive per riaprire la strada alle esportazioni, è precluso. Il modello mercantilista tedesco è vincente perché gli altri partner europei, dentro e fuori l’eurozona, ne sono le vittime; ma proprio per questo non è replicabile: soprattutto se a mettersi in competizione tra loro a suon di svalutazioni fossero tutte le economie oggi schiacciate dalla supremazia tedesca. Né la congiuntura mondiale offre molto spazio a un’espansione delle esportazioni fuori dai confini europei. E d’altronde, che cosa esportare? Le imprese italiane che hanno prodotti e tecnologie vincenti hanno continuato a farlo con successo. Ma si può pensare che con una svalutazione del 20, o anche del 50 per cento, dovendo pur sempre pagare a prezzi maggiorati gli input produttivi importati, la Fiat possa esportare in Europa un milione di auto, o la Merloni qualche milione di frigoriferi prodotti in Italia, e così via? In molti casi il treno della competitività è stato perso per sempre.
In secondo luogo, un aumento della domanda aggregata prodotta da una politica salariale e da una spesa pubblica meno restrittive, in mancanza di una politica industriale mirata a produzioni «a kmzero», rischierebbe di tradursi solo in un peggioramento della bilancia delle partite correnti perché è difficile ormai, per molte produzioni nazionali a basso costo, competere con quelle sfornate dalla fabbrica globale del sudest asiatico. Lo schema keynesiano della domanda aggregata che sostiene l’occupazione funziona in un sistema economico chiuso; ma quello attuale non lo è più da tempo.
In terzo luogo, l’alternativa tra «euro sì» ed «euro no» non è un confronto tra teorie economiche contrapposte, tra una scienza buona e una scienza cattiva, come a volte sembra emergere dai testi dei fautori del ritorno alla lira (per es. nell’e-book di Micromega «Oltre l’austerità»). L’euro non è nato da una teoria errata, ma da una scelta politica, ancorché non del tutto consapevole per tutti i suoi promotori, tesa a sottrarre agli Stati nazionali, dopo averla sottratta ai governi con l’autonomia delle banche centrali, il controllo su alcune variabili decisive delle politiche economiche: base monetaria, tasso di sconto, cambio. Il tutto in funzione del contenimento delle spinte salariali e degli istituti del welfare. Che poi gran parte di quei poteri siano stati di fatto consegnati alla finanza internazionale era per alcuni un lucido disegno e per altri una conseguenza imprevista da cui non si sa più come sottrarsi. In ogni caso non sarà un ripensamento della teoria economica a riportarci alla situazione quo ante: cioè, non ci sarà una transizione graduale dall’euro alle valute nazionali come c’è stata da queste all’euro: ci si arriverà, caso mai, attraverso un crollo dell’intero edificio europeo provocato, passo dopo passo, dall’inconcludenza dei «vertici» europei che si susseguono da due anni a questa parte.
Il problema è allora quello di prevenire quell’evento, senza illudersi che il risultato, la rifondazione su nuove basi dell’Unione europea, possa realizzarsi senza passare attraverso uno scontro frontale con i poteri della finanza, e non solo con i vincoli (pareggio di bilancio, fiscal compact, ispezioni della troyka, ecc.) che l’Europa ha eretto a loro difesa. Cioè, in termini economici, senza passare attraverso una radicale ristrutturazione di gran parte dei debiti pubblici e privati (cioè di Stati e di banche) e una riforma profonda del credito, del sistema bancario, della moneta per sgonfiare la bolla finanziaria che sovrasta il pianeta. Come? Per l’Italia, che peraltro ha un avanzo primario consistente, sarebbe sufficiente la minaccia delle conseguenze di una moratoria o di un default non negoziato: una cosa che Monti e i suoi sostenitori non faranno mai, preferendo portarci verso il disastro greco a piccoli passi più o meno omeopatici.
Ma in entrambi i casi quello che ci aspetta è un periodo prolungato di grande turbolenza politica e sociale. Che per molti, in Grecia e in Spagna, è già iniziato. E per noi è alle porte. Grande turbolenza e grandi rivolgimenti comportano spostamenti ed emersione di nuove forze sociali e rapide scomposizioni e ricomposizioni di forze politiche; cioè grandi opportunità e tremendi rischi, come insegnano la impressionante ascesa di Syriza e, dal lato opposto, quella del movimento fascista Aurora (e non Alba) Dorata in Grecia. O il successo di Grillo.
Per questo la conversione ecologica non è un programma da rimandare al futuro (il futuro è già qui, anche se molti non se ne sono ancora accorti), ma un orientamento generale che può e deve impegnarci già oggi, se è, come dovrebbe, uno strumento di promozione di un’alternativa reale tanto ai diktat della finanza quanto al vano inseguimento di una «crescita» contabile del Pil; ma soprattutto uno strumento di aggregazione e di organizzazione delle forze necessarie a sostenere questa alternativa. Come continuare la lotta contro la privatizzazione dei servizi pubblici, rivendicandone la gestione come beni comuni, se non si promuovono forme di partecipazione sostanziali alla loro gestione? Per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, per una gestione delle risorse a rifiuti zero, per un’agricoltura e un’alimentazione ecologiche, per una mobilità sostenibile, per una gestione partecipata del territorio, per un’educazione permanente e aperta a tutti. E come salvaguardare il serbatoio di professionalità, di esperienza, di impiantistica presente in aziende oggi votate alla chiusura se non si cerca di coinvolgere le comunità che ne dipendono in una gestione fondata sulla loro riconversione? E come far fronte alla stretta dei redditi se non si promuovono fin da ora nuove forme di consumo condiviso che offrano uno sbocco concreto alle imprese convertite e riterritorializzate? Sono temi che si può cominciare ad affrontare subito: convocando in ogni territorio delle conferenze di produzione per discuterne.


  • massimo_esposito74

    Io non sono un esperto di economia, però sono certo che indietro non si torna. Mi ha colpito molto la frase Viale “Grandi opportunità, tremendi rischi” che riassume a mio avviso ciò che sarà il nostro futuro. Ovviamente il passato va attentamente studiato e interiorizzato, magari cercando una strada che non è stata imboccata all’epoca, e che potrebbe essere stata dimenticata, ma abrogare per intero una decisione presa potrebbe provocare molti più danni. D’altro canto anche cominciare con proposte da mettere in atto subito, per usare una metafora informatica, ci vogliono i boot file per “avviare l’inizio”, le grandi imprese cominciano da piccole azioni, così come programmi di parecchi gigabyte sono inizializzati da programmi di pochi byte.

  • giovanni

    secondo me la fase immediata su cui puntare è quella di premere, insieme agli altri stati in difficoltà, x una BCE con poteri tali da consentire una politica Keynesiana di deficit spending per rilanciare la crescita …crescita da indirizzare fin da subito verso green economy ed annessi e connessi ma nei limiti dovuti alla contingenza della crisi sperando di allargare sempre + questi limiti…poi certo procedere anche contro la speculazione finanziaria e la sperequazione fiscale a favore dell’economia reale del lavoro e dell’impresa….non capisco perchè Viale escluda la possibilità di politiche keynesiane che a parer mio sono le uniche che potrebbero farci uscire dalla crisi e che sarà inevitabile attuare a livello europeo non appena il nostro debito toccherà la soglia psicologica dei 2000 miliardi in presenza di nessuna tendenza alla diminuzione…..non esiste l’opzione b nemmeno in caso non riuscisse l’opziona a…(si certo c’e’ l’opzione catastrofe se volete chiamarla b)……

  • giovanni

    a proposito del “boot file” per avviare l’inizio citato da esposito , che io chiamerei idea forte per caratterizzare ALBA, pur restando nell’ambito europeista , proporrei di farci promotori del

  • giovanni

    continua…..SALARIO DI CITTADINANZA che potrebbe catalizzare a livello europeo tutte le politiche sociali delle sinistre a sostegno dell’occupazione in un momento di transizione critico del trapasso da vecchie a nuove tecnologie e produzioni…..salario che dovrebbe essere finanziato prevalentemente dalla Unione a sostegno della domanda europea, avvalendosi delle politiche di deficit spending…Con tale conquista i lavoratori potrebbero liberare il campo da lacci e lacciuoli e permettere ristrutturazioni delle imprese che si rinnovano senza opporre resistenza…

  • dingo

    replica di
    Mauro Tedesco, di ALBA nodo Bologna alla risposta di Viale data al commento di
    Valerio da Modena

    1) Non
    dipende da noi? E da chi? Dall’uomo della provvidenza o dal deus ex
    machina? Non si capisce. Il fatalismo storico lo lascio ai mistici e veggenti
    da Festa dell’Unità.

    Ma non
    finisce qui: scelta ineludibile per la
    costruzione di un programma di governo , preliminare alla costruzione delle
    forze necessarie per potersi porre il problema del governo…

    Il governo è
    un fastidioso problema o il necessario sbocco di una determinata volontà
    politica collettiva che ottenuti i mezzi intende affermare i propri obiettivi
    nella storia ?

    Nell’assemblea di Alba a Parma è
    emerso un orientamento generale che ricalca quello di Syriza: dentro l’euro –
    fin che si può; non dipenderà mai solo da «noi» – rinegoziandone radicalmente
    le condizioni. Con in più la cautela di non affrontare isolatamente il problema

    Ah sì? E’
    successo a Parma, c’ero anch’io ma mi è sfuggito, non mi risulta. Peccato, mi
    sarebbe piaciuto apprendere questa idiozia per tempo. Fin che si può? E fin
    quando si può? Mi sa che i compiti a casa siamo in tanti a doverli fare!

    2) Con in più la cautela di non affrontare isolatamente
    il problema, ma di trattarlo come un tema per costruire un fronte di tutti i
    paesi sotto scacco e di tutte le organizzazioni che condividono questo
    approccio…

    E va bene
    interagire con altre organizzazioni di altri Paesi che condividono l’approccio
    … ma se qualcuno ci spiega qual è l’oggetto dell’interagire forse ci facciamo
    un’idea e magari la sosteniamo oppure no. Per il momento osservo una
    dialettica, se così si può dire, di vago sapore sofistico e con questo metodo (
    sempre se così si può dire ) magari ci vorranno cinquant’anni per venirne a
    capo e nel frattempo saremo stati sepolti da tonnellate di banconote euro che
    saranno carta straccia.

    3)
    Ma il problema è tutt’altro che
    chiuso e merita alcune precisazioni.

    Un ritorno al passato, cioè alle svalutazioni competitive per riaprire la
    strada alle esportazioni, è precluso … Eccoci al punto! Se si osserva la
    teoria keynesiana nelle sue prassi durante il Novecento con un approccio
    storico statico è naturale concludere che quella medicina poteva andare bene
    per quel malato ma oggi è cambiato sia il malato che la diagnosi, ovvero che il
    virus è mutato e che i vecchi farmaci retro virali non servono a niente, e fin
    qui il discorso fila. Ma a quanto mi risulta nessuno degli economisti non
    allineati cosiddetti neokeynesiani si è
    espresso fin’ora in questi termini nostalgici. Svalutare, per favorire le
    esportazioni, monetizzare il deficit al prezzo di un’inflazione un po’ più alta
    in cambio di una disoccupazione più ridotta … e così via. Certo, questo è un
    film già visto che non può essere riproposto nelle sale cinematografiche tale e
    quale. E forse il set sul quale è stato girato questo film si ambientava in uno
    scenario che a prima vista prevedeva
    come condizioni indispensabili una crescita senza limite e con poco sviluppo,
    una forte e funzionale differenziazione tra le diverse aree economiche e
    soprattutto un utilizzo delle risorse umane e del pianeta che assomigliava di
    più ad un saccheggio devastante. Nelle
    analisi che ho valutato fin’ora non mi sono ancora imbattuto in posizioni
    veterokeynesiane, ma in studi scientificamente documentati ed argomentati che
    dimostrano come la moneta unica non può
    funzionare in aree economicamente disomogenee, pena i disastri cui assistiamo e
    che non sono ancora finiti. E questo perché la moneta unica nell’eurozona è
    stata una scelta politica funzionale alle oligarchie finanziarie che hanno
    potuto lucrare i propri interessi proprio sulla base di queste differenze:
    altro che integrazione ! Questo sistema funziona finché ci sono centri con
    eccedenze di risparmi e di merci che corteggiano periferie bisognose di
    investimenti, parte dei quali ritornano ai centri attraverso le importazioni di
    beni da quegli stessi centri. Le periferie, in un primo momento entusiaste si
    indebitano, fino al punto di non riuscire a sostenere il giochino che travasa
    parte del debito dei privati sul debito pubblico. A questo punto lo Stato, con
    il suo debito sovrano crescente, diventa un debitore sempre meno affidabile che
    a causa della moneta unica e quindi del cambio fisso non ha altra scelta per
    finanziare il proprio fabbisogno che indebitarsi verso il mercato che fa
    ovviamente i propri interessi e quando può, cioè sempre, ci specula sopra, facendo alzare i tassi di rendimento
    sui titoli di stato a livelli sempre meno sostenibili. L’aspetto angosciante è
    che nessuno dei guru tecnonomici d’Europa,
    dall’alto delle loro importanti sedi istituzionali ha la faccia tosta di
    dire quando si uscirà dal tunnel, e questo per una ragione molto semplice:
    sanno che l’equilibrio è molto precario e probabilmente dal tunnel se ne esce
    precipitando in un burrone. Questo lo sanno molto bene negli USA e si stanno
    attrezzando, ma lo sa anche il FMI. Sembra la storia del marito cornuto che è
    l’unico a non sapere di essere tradito. Che tristezza! Ma la faccenda diventa
    grottesca se si pensa al Partito Democratico, con Bersani in testa, che vanta il proprio partito di essere stato fautore, i sostenitore e artefice dell’operazione politica più
    dissennata degli ultimi anni. E
    continuano a vantarsene. Cornuti, contenti e orgogliosi. E arriviamo al dogma:
    l’euro è irreversibile; viene recitato ogni giorno come una specie di rosario e
    chi lo recita somiglia a uno di quei generali nazisti che accecato dalla fede
    nel fuhrer assoldava ragazzi di dodici anni annunciando l’imminente vittoria della
    Germania a pochi giorni dall’invasione alleata e dalla distruzione di
    Berlino.Peccato che fuori dall’Europa le considerazioni sulla questione
    prendono tutt’altra piega.
    E finiamo con la censura: di questo argomento ( l’uscita dall’euro ) non
    solo non se ne può parlare, ma si glissa più o meno goffamente anche
    sull’eventuale apertura di un confronto, e non sto parlando del PD, ma
    dell’area del Manifesto e, temo ( ma spero di sbagliarmi ) anche in ALBA, cui
    aderisco attivamente nel nodo di Bologna. E questo Alberto Bagnai, economista e
    docente universitario lo sa benissimo. Bagnai, infaticabile blogger e divulgatore di economia politica è stato
    snobbato dal Manifesto e poi emarginato perché ha osato esporre un punto di
    vista alternativo, in maniera corretta ma decisa, con grande piglio e
    carattere, documentando e dimostrando e forse questo è stato decisamente
    troppo, dato che il suo punto di vista è condiviso anche da premi nobel per
    l’economia. Vedi i link

    http://goofynomics.blogspot.it/2012/08/due-anniversari.html

    http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/08/articolo/5225/

    Dopo
    il punto 3)
    da
    me segnato nella risposta al commento, mi sono perso, e questo per un mio
    evidente limite di comprensione o di conoscenza, ma tra produzioni a km zero e
    imprese riconvertite e riterritorializzate ( lo so è impronunciabile dopo due
    calici di vino o se si ha una lieve dislessia) qualcosa ha attratto la mia
    attenzione, oltre l’elenco caotico di buone intenzioni e di cose giuste semplicemente
    e candidamente enunciate : Lo schema
    keynesiano della domanda aggregata che sostiene l’occupazione funziona in un
    sistema economico chiuso; ma quello attuale non lo è più da tempo. Qualcuno, se
    non proprio Viale, avrà la pazienza di spiegarmi cos’è un sistema economico
    chiuso o aperto, in relazione alle pratiche keynesiane storicamente documentate
    dal secondo dopoguerra alla prima metà degli anni ’70.

    Arriviamo al Dulcis in Fundo e
    riporto la parte finale dell’articolo di Viale:

    Certamente una nuova idea di Europa
    non può prescindere da un confronto a tutto campo con il potere della finanza,
    imponendo una radicale ristrutturazione dei debiti (una soluzione che ormai
    cominciano a prendere in considerazione diversi economisti mainstream), prima
    che sia la finanza a portare allo stremo, una dopo l’altra, le economie di
    tutti i paesi.

    Il
    confronto a tutto campo con il potere della finanza! Chi è il potere della
    finanza? Sono riuniti in una associazione o hanno delegati nelle istituzioni? (
    più facile ). Mi viene in mente una improbabile trattativa tra Stato e Mafia:
    il funzionario dei servizi di turno si incontra con un eminente capo di Cosa
    Nostra e gli fa il discorsetto: ” Don Calogero cerchi di capire, noi a
    Roma non ci si sta più dentro. Morti ammazzati, malcontento tra le forze
    dell’ordine, associazioni antiracket, preti antimafia, i giornali comunisti che
    non ci mollano con la storia dello Stato assente e connivente … qui perdiamo
    consensi e la situazione la dobbiamo risolvere. Nulla di personale contro di
    voi e i vostri amici, siamo comprensivi, ma voi però, eh, vi dovete convertire,
    dovete fare un passo indietro. Innanzitutto i fatti vostri risolveteli tra voi
    come si faceva una volta, senza rumore; poi le estorsioni presto saranno
    superate perché stiamo studiando una polizza obbligatoria per le aziende e la
    privatizzazione della sicurezza pubblica che diventerà appunto privata e chi meglio di voi potrà dare garanzie in tal
    senso e avere i requisiti per ottenere la concessione? Anche per le armi non
    c’è problema; stiamo liberalizzando il possesso anche di quelle da guerra,
    proprio come in America e non ci sarà bisogno della licenza per costruirle e
    venderle; basterà la semplice iscrizione alla camera di commercio. Come vedete noi
    stiamo lavorando, e i problemi si risolvono, ma voi, Don Calo’ , per favore
    datevi una calmata.”

    Il
    discorsetto a tutto campo da fare al potere della finanza però, non riesco
    proprio a immaginarlo.

  • Sandro (nodo ALBA Bologna)

    Qualche domanda per ripartire:

    1) Se l’EuroZona non era e non è una Area Valutaria Ottimale come
    dimostrano 20 anni di letteratura scientifica in materia, perchè abbiamo
    adottato una moneta unica che ci ha, come prvisto, portato dritti dentro la crisi come dimostrano tanti autorevoli economisti ?

    2) I
    dirigenti della sinstra pro-euro sapevano ? e se sapevano perchè hanno
    taciuto e non hanno detto la verità ai loro elettori ? E perchè non la
    dicono adesso, la verità, ammettendo pubblicamente di aver commesso un
    errore ?

    3) Se (almeno noi, di ALBA) riconosciamo che adottare l’EURO è stato un errore – DELLA SINISTRA
    – come possiamo ora affermare che l’unica via percorribile, adesso,
    consiste nel PERSEVERARE nell’errore ?

    4) Se riconosciamo che e stato un errore e ci convinciamo che NON bisogna
    perseverare nell’errore, possiamo seriamente, scientificamente,
    razionalmente iniziare a parlare di una EXIT STRATEGY che implica –
    necessariamente – un ritorno a valute OTTIMALI per aree valutarie OTTIMALLI che – ad oggi – sono ancora e sempre gli Stati nazionali perchè gli Stati Uniti d’Europa semplicemente non esistono ?

    Fatto questo passo (ritorno alle valute nazionali con la modalità più soft possibile) possiamo riprendere il cammino europeo, ma per il
    verso GIUSTO.

    Cioè facendo prima l’unione politica, fiscale, previdenziale, del sistema educativo, del mercato del lavoro, del
    mercato finanziario, ecc.. ecc… e ALLA FINE, SOLO ALLA
    FINE, della moneta (!).

    Facciamo ADESSO quello che avremmo dovuto fare nel 1999. Facciamo in modo che l’EuroZona diventi un’Area Valutaria Ottimale e POI adottiamo la moneta unica. Non viceversa !

    Ci metteremo 50 anni ? 100 anni ?

    Pazienza !

    Ci mettiamo il tempo che ci vuole ma facciamo le cose
    fatte bene e senza passare sopra la testa della gente e senza costringere intere popolazioni alla sofferenza economia a causa della esplosione di bolle speculative (di debito PRIVATO) di cui dovrà sempre sostenere le perdite.

    Facciamo, una volta tanto, che la Politica decide e la Finanza si mette al servizio del progetto politico senza imporre la sua roadmap !

    Noi non siamo CONTRO l’Europa e per un ritorno a veteri e anacronistici nazionalismi.

    Siamo contro QUESTA EUROPA e vogliamo fare un passo indietro
    (abbandonare la moneta unica) per poterne poi fare DIECI avanti, sul
    sentiero giusto.

    Sandro.

  • giovanni

    un passo indietro ..ma poi 10 avanti….a me sembra il contrario : un passo indietro ..e poi il burrone! se non si punta a migliorare questo euro e correggere i difetti che ha questa europa si rischia veramente il caos economico politico sociale con il trionfo di movimenti populisti nazionalistici nella confusione generale che è anche dovuta alla complesità della materia e al disorientamento dei singoli….secondo me bisogna andare coi piedi di piombo navigando a vista onde non incocciare in uno scoglio che potrebbe far affondare la nave …(evitare manovre schettino) ..dunque salvare l’euro non come fanno ora perchè è suicida, ma puntare su una europa di sinistra (centro) in cui si ponga al centro la difesa del lavoro e della sana impresa , dell’occupazione e dell’equo profitto …si puo’ fare basta volerlo …e vincere le elezioni dell’anno prossimo in italia e germania con una alleanza di sinistra (con chi ci sta) per battere la rendita e la speculazione

  • Sandro (nodo ALBA di Bologna)

    Consiglio vivamente la lettura di questa analisi di Alberto Bagnai (e, più in generale, di tutto il suo blog):

    http://goofynomics.blogspot.it/2012/08/le-aporie-del-piu-europa.html

    QUESTO Euro, a mio avviso, non è migliorabile perchè è solo una sovrastruttura monetaria artificiale applicata ad un territorio (l’Euro-Zona) che NON E’ ancora pronta per compiere questo passo perchè non soddisfa le caratteristiche di una Area Valutaria Ottimale.

    La sua introduzione, in questo specifico territorio, ha liberato le energie potenziali di enormi capitali finanziari che si sono riversati, senza controllo e senza criterio, dal centro alla periferia con l’unico scopo di creare bolle e poi farle scoppiare addosso alla gente. Dov’era la politica quando tutto questo succedeva ? Dov’era l’EUROPA ?

    Guardiamo l’evoluzione del debito PRIVATO (non PUBBLICO !) dei cosiddetti PIGS dalla introduzione dell’euro fino allo scoppio della crisi nel 2008. Sul blog di Bagnai ci sono montagna di dati, tabelle, numeri che parlano molto chiaro.

    Guardiamo i dati, per cortesia. Non barrichiamoci dietro i soliti paraocchi ideologici e non facciamoci intimorire dalle grancasse della propaganda del “fuori dall’euro c’è solo l’armageddon !” (l’armageddon che stanno vivendo i greci, dentro l’euro, non ci dice niente ?),

    QUESTA Europa, semplicemente, non esiste. E la attuale moneta unica è il principale ostacolo alla sua vera realizzazione perchè costringe lupi ed agnelli a stare dentro la stessa gabbia, senza nessuna garanzia per gli agnelli se non quella di essere, prima o poi, sbranati dai lupi.

    Questa è l’opinione che io mi sono fatto dopo aver approfondito, grazie al prezioso lavoro di divulgazione del prof. Bagnai, il pensiero di tanti economisti (a partire da Minsky) che queste cose le studiano e le analizzano da almeno 30 anni. E ancora molto ho da capire e da imparare !

    Per favore, per favore, apriamo un dibattito serio, scientifico, documentato, razionale, non-ideologico su questo tema.

    Facciamolo almeno noi, in ALBA, con coraggio, da sinistra.

    Ricostruiamo il pensiero di sinistra facendo una operazione di VERITA’ e di disvelamento.

    Senza una corretta diagnosi non potremo mai e poi mai trovare la CURA giusta e non riusciremo mai ad elaborare un programma politico che sia credibile e che dia un senso vero alla nostra esistenza come Soggetto Politico **NUOVO**

    Sandro.
    http://piazzaverdi.blogspot.it/

  • Serena57

    Ho molto apprezzato l’intervento di Dingo e mi sono chiesta se all’interno di ALBA vi siano altre posizioni simili alla sua sull’argomento “Uscita dall’euro”, diventato un punto fermo in molti dei programmi dei neo-nati movimenti sovranisti (di sinistra). Penso che sarebbe il caso di aprirsi al dialogo con gruppi che perseguono lo stesso obiettivo, che è sostanzialmente quello di lottare contro l’oligarchia finanziaria e uscire dalla morsa della moneta comune europea. Del resto, sono in numero crescente i giuristi e gli economisti, anche quelli cosiddetti “accademici”, che hanno preso coscienza di un dato oggettivo: le forme istituzionali che il capitalismo ha assunto in Europa si chiamano “euro” ed “Unione Europea” e sono questi i nemici da combattere per chi voglia davvero salvare gli stati europei. Vivo a Bari e vorrei prendere contatti con i coordinatori territoriali per un proficuo scambio di idee sulla possibilità di far convergere più movimenti per la realizzazione di una forza politica alternativa.

  • http://piazzaverdi.blogspot.it/ Sandro (Bologna)