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	<title>Manifesto per un soggetto politico nuovo</title>
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	<description>per un&#039;altra politica nelle forme e nelle passioni</description>
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		<title>La macchia sull&#8217;Europa &#8211; di Barbara Spinelli (Repubblica)</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 10:39:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela.Passeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[19/06/13 &#8211; SE ALMENO avessero le loro divinità antiche: forse i Greci capirebbero meglio quel che vivono, l’ingiustizia che subiscono, l’abulica leggerezza di un’Europa che li aiuta umiliandoli da anni, che dice di non volerli espellere e nell’animo già li ha espulsi. Le divinità d’un tempo, si sapeva bene che erano capricciose, illogiche, si innamoravano&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/19/la-macchia-sulleuropa-di-barbara-spinelli-repubblica/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>19/06/13 &#8211; SE ALMENO avessero le loro divinità antiche: forse i Greci capirebbero meglio quel che vivono, l’ingiustizia che subiscono, l’abulica leggerezza di un’Europa che li aiuta umiliandoli da anni, che dice di non volerli espellere e nell’animo già li ha espulsi. Le divinità d’un tempo, si sapeva bene che erano capricciose, illogiche, si innamoravano e disamoravano presto. Su tutte regnava Ananke: l’inalterabile Necessità, ovvero il fato. A Corinto,</p>
<p>Ananke condivideva un tempio con Bia, la Violenza. L’Europa ha per gli Ateniesi i tratti di questa NecessitàForse capirebbero, i Greci, come mai a Roma s’è riunito venerdì un vertice di ministri dell’Economia e del Lavoro, tra Italia, Spagna, Francia, Germania, per discutere il lavoro fattosi d’un colpo cruciale, e nessuno di essi ha pensato di convocare la più impoverita delle nazioni: 27 per cento di disoccupazione, più del 62 per cento giovani. Sono i tassi più alti d’Europa. Forse avevano qualcosa da dire, i Greci, sui disastri della guerra che le istituzioni comuni continuano a infliggere con inerte incaponimento, e senza frutti, al paese reo di non fare i compiti a casa, come recita il lessico Ue.</p>
<p>La Grecia è la macchia umana che imbratta l’Europa, da quando è partita la cura d’austerità. Ha pagato per tutti noi, ci è servita al tempo stesso da capro espiatorio e da cavia. In una conferenza stampa del 6 giugno, Simon O&#8217;Connor, portavoce del commissario economico Olli Rehn, ha ammesso che per gli Europei è stato un «processo di apprendimento ». In altri paesi magari si farà diversamente, ma non per questo scema la soddisfazione: «Non è stata cosa da poco, tenere Atene nell’euro»; «Dissentiamo vivamente da chi dice che non è stato fatto abbastanza per la crescita». Poi ha aggiunto piccato: «Sono accuse del tutto infondate».</p>
<p>O&#8217;Connor e Rehn reagivano così a un rapporto appena pubblicato dal Fondo Monetario: lo stesso Fmi che con la Banca centrale europea e la Commissione è nella famosa troika che ha concepito l’austerità nei paesi deficitari e dall’alto li sorveglia. L’atto di accusa è pesante, contro strategie e comportamenti dell’Unione durante la crisi. La Grecia «poteva uscirne meglio», se fin dall’inizio il debito ellenico fosse stato ristrutturato, alleggerendone l’onere. Se non si fosse proceduto con la micidiale lentezza delle decisioni prese all’unanimità. Se per tempo si fosse concordata una supervisione unica delle banche. Se crescita e consenso sociale non fossero stati quantità trascurabili. Solo contava evitare il contagio, e salvaguardare i soldi dei creditori. Per questo la Grecia andava punita. Oggi è paria dell’Unione, e tutti ne vanno fieri perché tecnicamente rimane nell’euro pur essendo outcast sotto ogni altro profilo.</p>
<p>Addio alla troika dunque? È improbabile, visto che nessun cittadino può censurare i suoi misfatti, e visto il sussiego con cui è stato accolto il rapporto del Fondo. L’ideale sarebbe di licenziarla fin dal Consiglio europeo del 27-28 giugno, dedicato proprio alla disoccupazione che le tre Moire della troika hanno così spensieratamente dilatato. Il Parlamento europeo non oserà parlare, e quanto alla Bce, le parole di Draghi sono state evasive, perfino un po’ compiaciute: «Di buono, nel rapporto FMI, è che la Banca centrale europea non è criticata ». Il Fondo stesso è ambivalente, ogni suo dire è costellato di ossimori (di asserzioni acute-stupide, etimologicamente è questo un ossimoro). Il fallimento c’è, ma è chiamato «necessario». La recessione greca è «più vasta d’ogni previsione », ma è «ineludibile». Il fato illogico regna ancora sovrano, solo che a gestirlo oggi sono gli umani.</p>
<p>In realtà c’è poco da compiacersi. L’Unione non ha compreso la natura politica della crisi – la mancata Europa unita, solidale – e quel che resta è un perverso intreccio di moralismi e profitti calcolati. Resta l’incubo del contagio e dell’azzardo morale.</p>
<p>Condonare subito il debito, come chiedevano tanti esperti, significava premiare la colpa. E poi all’Europa stava a cuore proteggere i creditori, dice il rapporto del Fondo, più che scongiurare contagi: dilazionare le decisioni «dava tutto il tempo alle banche di ritirar soldi dalle periferie dell’eurozona ». La Banca dei regolamenti internazionali cita il caso tedesco: 270 miliardi di euro hanno abbandonato nel 2010-11 cinque paesi critici (Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia, Spagna).</p>
<p>Ma la vera macchia umana è più profonda, e se non riconosciuta come tale sarà ferita che non si rimargina. È l’ascia abbattutasi sull’idea stessa dei beni pubblici, guardati con ininterrotto sospetto. È qui soprattutto che salari e lavori sono crollati. E la democrazia ne ha risentito, a cominciare dalla politica dell’informazione. Il colmo è stato raggiunto la notte dell’11 giugno, quando d’un tratto il governo ha chiuso radio e tv pubblica – l’Ert, equivalente della Bbc o della Rai – con la tacita complicità della troika che esigeva licenziamenti massicci di dipendenti pubblici. Non che fosse una Tv specialmente pluralista, ma perfino chi era stato emarginato (come l’economista Yanis Varoufakis) ha accusato i governanti di golpe. Le televisioni private, scrive Varoufakis, sono spazzatura: «un torrente di media commerciali di stampo berlusconiano: templi di inculcata superficialità» da quando inondarono gli schermi negli anni ’90.</p>
<p>Il giorno dopo l’oscuramento di Ert (2700 licenziati) c’è stata una manifestazione di protesta a Salonicco. Tra gli oratori l’economista James Galbraith, figlio di John Kenneth, e il verdetto è spietato: cinque anni di crisi son più della seconda guerra mondiale condotta dall’America in Europa, più della recessione combattuta da Roosevelt. E la via d’uscita ancora non c’è.</p>
<p>Perché non c’è? Galbraith denuncia un nostro male: la mentalità del giocatore d’azzardo.</p>
<p>Il giocatore anche se perde s’ostina sullo stesso numero, patologicamente. Continuando a ventilare l’ipotesi dell’uscita greca l’Europa ha spezzato la fiducia fra gli Stati dell’Unione, creando una specie di guerra. Ci sono paesi poco fidati, e poco potenti, che non hanno più spazio: i Disastri di Goya, appunto. Non è stata invitata Atene, alla riunione romana, ma neppure Lisbona: la sua Corte costituzionale ritiene contrari alla Carta due paragrafi del piano della troika, e da allora anche il Portogallo è paria. «Ci felicitiamo che Lisbona prosegua la terapia concordata: è essenziale che le istituzioni chiave siano unite nel sostenerla», ha comunicato la Commissione due giorni dopo la sentenza, rifiutando ogni rinegoziato. Mai direbbe cose analoghe sui verdetti della Corte tedesca, giudicati questi sì inaggirabili.</p>
<p>Macchie simili non si cancellano, a meno di non riscoprire l’Europa degli esordi. Non dimentichiamolo: si volle metter fine alle guerre tra potenze diminuite dopo due conflitti, ma anche alla povertà che aveva spinto i popoli nelle braccia delle dittature. Non a caso fu un europeista, William Beveridge, a concepire il Welfare in mezzo all’ultima guerra.</p>
<p>Le istituzioni europee non sono all’altezza di quel compito, attualissimo. Tanto più occorre che i cittadini parlino, tramite il Parlamento che sarà votato nel maggio 2014 e una vera Costituzione. È necessario che la Commissione diventi un governo eletto dai popoli, responsabile verso i deputati europei. Una Commissione come quella presente nella troika deve poter esser mandata a casa, avendo generato rovine. Ha perso il denaro, il tempo e l’onore. Ha seminato odio fra nazioni. Ha precipitato un popolo, quello greco, nel deperimento. Si fa criticare da un Fmi malato di doppiezze. È affetta da quello che Einstein considerava (la frase forse non è sua, ma gli somiglia) il sommo difetto del politico e dello scienziato: «L’insania che consiste nel fare la stessa cosa ripetutamente, ma aspettandosi risultati differenti</p>
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		<title>COMUNICATO SOLIDARIETA’ ERT. Con l’attacco alla televisione pubblica greca si vuole chiudere la democrazia</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 15:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emmanuele Curti</dc:creator>
				<category><![CDATA[comitato esecutivo]]></category>

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		<description><![CDATA[18/6/2013 L’attacco alla televisione pubblica , cioè all’informazione non direttamente  dipendente da interessi privati, dimostra con chiarezza che ciò che è in gioco è direttamente la democrazia. Dopo aver sottoposto il popolo greco ad un &#8220;golpe dei diritti&#8221; smantellando i diritti del e al lavoro, la scuola e la sanità, si colpiscono gli aspetti simbolici&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/18/comunicato-solidarieta-ert-con-lattacco-alla-televisione-pubblica-greca-si-vuole-chiudere-la-democrazia/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>18/6/2013</p>
<p><span style="font-size: small;">L’attacco alla televisione pubblica , cioè all’informazione non direttamente  dipendente da interessi privati, dimostra con chiarezza che ciò che è in gioco è direttamente la democrazia.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Dopo aver sottoposto il popolo greco ad un &#8220;golpe dei diritti&#8221; smantellando i diritti del e al lavoro, la scuola e la sanità, si colpiscono gli aspetti simbolici che sono più intimamente legati all’esercizio della democrazia come l’informazione e la cultura: ultimo(?) atto la chiusura dell’orchestra sinfonica pubblica.. Non è vero che &#8220;lo chiede l’Europa&#8221;, lo chiedono le élite dirigenti di un capitalismo per cui la democrazia è incompatibile.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">A.L.B.A.-­‐ Alleanza, Lavoro, Benicomuni, Ambiente -­‐ esprime la sua più profonda solidarietà con la lotta del popolo greco per mantenere vive dignità e democrazia. Siamo consapevoli che i destini dei paesi del sud Europa sono strettamente legati: solo se sapremo unire le nostre forze riusciremo a far ritornare all’ordine del giorno per tutti i popoli europei che la democrazia non può essere vittima dello spread. L’Europa è fatta di donne e uomini consapevoli dei loro diritti e del dovere di resistere ad un sistema che vuol fare a meno di uguaglianza, liberà e solidarietà: le nostre radici comuni.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">Comitato Operativo Nazionale A.L.B.A.</span></strong><br/><br/><a class="geolocation-link" href="#" id="geolocation7012" name="40.633,15.799999999999955" onclick="return false;">Posted from Potenza, Basilicata, Italy.</a></p>
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		<title>&#8220;Necessario costruire un&#8217;alternativa politica, anche per Bari&#8221; &#8211; di Antonio Scotti (BariToday.it)</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 13:23:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela.Passeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[16/06/13 &#8211; Una due giorni di lavoro per discutere su come costruire un modello di società incardinato nella democrazia e capace di rappresentare quanti stentano a riconoscersi nelle attuali forze politiche. Con questo obiettivo, decine di persone si sono incontrate all’appuntamento organizzato lo scorso week-end a Bari dal nuovo soggetto politico Alba. Europa, costituzione, democrazia,&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/18/necessario-costruire-unalternativa-politica-anche-per-bari-di-antonio-scotti-baritoday-it/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>16/06/13 &#8211; Una due giorni di lavoro per discutere su come costruire un modello di società incardinato nella democrazia e capace di rappresentare quanti stentano a riconoscersi nelle attuali forze politiche. Con questo obiettivo, decine di persone si sono incontrate all’appuntamento organizzato lo scorso week-end a Bari dal nuovo soggetto politico Alba. Europa, costituzione, democrazia, rappresentanza, cittadinanza attiva: tanti i temi su cui si sono confrontati, tra gli altri, Marco Revelli (sociologo ed autore del libro &#8220;Finale di partito&#8221;), Argiris Panagopoulos (corrispondente de Manifesto ad Atene) e l’attuale assessore regionale alle politiche giovanili Guglielmo Minervini. Nella due giorni i partecipanti hanno potuto anche dividersi in gruppi di lavoro per discutere su progetti e valori con cui indirizzare l&#8217;azione della nuova prospettiva politica.</p>
<p>Ne abbiamo parlato con Teresa Masciopinto, una delle animatrici di Alba a Bari.</p>
<p><strong>Come è andata?</strong></p>
<p>&#8220;Molto bene. Volevamo mettere in ascolto reciproco persone e soggettività politiche che provenivano da esperienze diverse, ma che condividono la profonda critica nei confronti dell’attuale sistema socio-economico e politico. Abbiamo utilizzato lo slogan ‘la democrazia sta tornando’, una sorta di refrain del film “No &#8211; I giorni dell’arcobaleno”, che evoca il recupero di una capacità di visione in un momento in cui la democrazia ci sta franando sotto i piedi, anche in virtù di decisioni politiche nazionali che vanno ben al di là dei confini democratici tradizionali. Pensiamo anche al dibattito sul presidenzialismo, fino a qualche mese fa inimmaginabile, eppure oggi capace di raggiungere discussioni avanzate senza che nessuno si ponga un problema di sostenibilità e tenuta del nostro attuale assetto democratico&#8221;.</p>
<p><strong>I gruppi di lavoro cosa hanno prodotto?</strong></p>
<p>&#8220;Contributi articolati e organici. Presto li metteremo in rete in modo da sollecitare sia la condivisione e, ci auguriamo, una discussione anche nel prossimo futuro.</p>
<p><strong>Il processo che avete attivato riguarda un tentativo di aprire uno spazio innovativo nell’attuale panorama dell’estrema sinistra o vi rivolgete ad un mondo più ampio?</strong></p>
<p>&#8220;Io credo che siano le idee che si propongono e ciò che si realizza a poter essere catalogate come ‘di destra o sinistra’, non tanto i singoli soggetti. Noi vogliamo parlare a quell’ampio fronte democratico che oggi, in porzioni ampie, non si reca più al voto anche perché disilluso e incapace d&#8217;identificarsi con una proposta politica. Ma su una cosa voglio essere molto chiara: a noi non interessa parlare al 2% minoritario di estrema sinistra, ma ad un popolo progressista che ha voglia di lavorare sulle proposte da mettere in campo per salvaguardare l’assetto democratico, rilanciare il nostro Paese e la nostra città&#8221;.</p>
<p><strong>A questo riguardo qual è la vostra idea per Bari, anche in vista delle amministrative?</strong></p>
<p>&#8220;Noi vogliamo programmare una serie di iniziative di partecipazione per aprire una discussione a 360 gradi sulla città e sul suo futuro. Crediamo sia urgente e come Alba faremo la nostra parte&#8221;.</p>
<p><strong>Ritiene che possa nascere una candidatura da questo processo?</strong></p>
<p>&#8220;Parlo in prima persona e quindi formulo un auspicio del tutto personale: io mi auguro che la società civile che incontreremo sappia lanciare una sfida alla città anche attraverso una candidatura. Il fatto che in questa città ancora non si parli di primarie è per me molto grave. Una volta intrapresa una modalità di apertura al territorio non si deve tornare indietro. Ecco perché ritengo che se il Pd non dovesse fare le primarie sarebbe un grave errore politico&#8221;.</p>
<p><strong>Ma questa frammentazione a sinistra non rischia di essere controproducente ai fini elettorali?</strong></p>
<p>&#8220;Io sono molto preoccupata per la frammentazione a sinistra. Allo stesso tempo sono però molto preoccupata da chi pone il tema della governabilità su tutto. Essere schiacciati da quest’ultima urgenza rischia di far disperdere una visione diversa della società e del futuro. E’ importante costruire un’alternativa politica all’attuale assetto partitico. Come detto noi faremo la nostra parte e man mano assumeremo delle decisioni&#8221;.</p>
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		<title>«C’è Alba oltre Grillo e i vecchi partiti» &#8211; di Adriana Logroscino (Il Corriere del Mezzogiorno)</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 06:44:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela.Passeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[15/06/13 &#8211; A Bari il nuovo soggetto politico / Revelli: ridiscutiamo i dogmi Ue BARI &#8211; Se la democrazia sta tornando, come da titolo auspicante della tavola rotonda del nuovo soggetto politico Alba (alleanza lavoro, beni comuni, ambiente), l&#8217;ottimismo ce lo mette un outsider, il pd Guglielmo Minervini, che ricorda a tutti che è nei&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/18/ce-alba-oltre-grillo-e-i-vecchi-partiti-di-adriana-logroscino-il-corriere-del-mezzogiorno/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>15/06/13 &#8211; A Bari il nuovo soggetto politico / Revelli: ridiscutiamo i dogmi Ue</p>
<p>BARI &#8211; Se la democrazia sta tornando, come da titolo auspicante della tavola rotonda del nuovo soggetto politico Alba (alleanza lavoro, beni comuni, ambiente), l&#8217;ottimismo ce lo mette un outsider, il pd Guglielmo Minervini, che ricorda a tutti che è nei momenti di crisi che c’è l&#8217;opportunità di un cambiamento vero, purché si tengano gli occhi aperti per individuare un varco. La missione possibile di Alba è il recupero delle persone alla politica, il ritorno della fiducia in una azione che sia insieme collettiva, dal basso, e incisiva. Modello Movimento cinque stelle? «Io certo non sono tra coloro che festeggiano la perdita di consenso di Grillo, perché quei consensi non tornano mica nelle vecchie case», risponde alla provocazione il sociologo Marco Revelli che tante occasioni di riflessione sul tema ha offerto con il suo «Finale di partito».</p>
<p>Alba ha aperto la due giorni di lavoro con l’incontro, ieri sera, nel parco Due giugno di Bari. Sul grande prato, un palco sobrio, le sedie per i non pochi uditori, nonostante il consueto chiasso circostante degli abituali frequentatori del giardino. Intorno al tavolo, a sviluppare un confronto sul ritorno della democrazia Marco Revelli, Argiris Panagopoulos, Francesco Auletta, Alfonso Gianni, Francesca Picci, Guglielmo Minervini, Rosangela Paparella, Gianni Rinaldini. Volti noti della sinistra, padri nobili di Alba e persone impegnate nel tentativo di cambiare le cose, moderate da Teresa Masciopinto che anima Alba qui in Puglia. Masciopinto ha parlato della domanda di partecipazione che pure c&#8217;è, nonostante lo scetticismo rispetto ai percorsi istituzionali. «C’è una crisi di fiducia nei confronti dei partiti tradizionali e dei nuovi partiti, come testimoniano gli ultimi risultati delle amministrative &#8211; dice Revelli -. La fuga dell&#8217;elettorato dalla politica è preoccupante. Si rischia di avere democrazia senza popolo». Non saranno i partiti tradizionali, è chiaro il punto di vista di Revelli, a invertire la rotta. Non ne hanno le capacità né l’interesse.</p>
<p>«È un problema rimosso dai partiti che riescono a spartirsi la torta comunque, anche se l&#8217;elettorato si dimezza. Anzi, c&#8217;è chi lavora per mantenere questo basso livello di partecipazione. Che ha piacere che gli esigenti, gli arrabbiati, gli indebitati, i depressi se ne stiano fuori, non votino. Che voti chi vive di politica, chi è solo sfiorato dalla crisi e chi dalla crisi ci guadagna. È più facile governare così». Alba esiste per rianimare la partecipazione, per «mettere in discussione il dogma dei vincoli delle politiche europee». E anche se il come deve essere definito dall’ascolto più ampio possibile, la direzione da imboccare è già chiara: separazione tra politica e denaro («vero tossico della politica», è ancora Revelli a parlare), possibilità di spesa, per i partiti, molto bassa, responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori. Argomenti comuni ai grillini? «Non è un caso se il movimento di Grillo ha preso il 25 per cento. Grillo aveva intercettato un’esigenza profondissima di una massa di persone. Poi il movimento non è riuscito a trasferire quella esigenza nelle istituzioni perché il loro discorso era semplificato. Noi, invece, proviamo a dare una voce a quel disagio che non si sintetizzi solo nel «vaffa grillino». I lavori di Alba proseguono oggi (all’ex palazzo delle Poste in piazza Cesare Battisti) con i gruppi tematici, dalle 9 e 30 e, dalle 14, l’assemblea plenaria che sarà conclusa da Revelli e l’economista Guido Viale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;alternativa è possibile, bisogna provarci &#8211; Andrea Bagni (Il Manifesto)</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 06:50:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emmanuele Curti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[14/6/2013 È necessario costruire una coalizione democratica, uscendo dalle solitudini. Alba prova a discuterne, oggi e domani a Bari Quella del marzo scorso è stata una svolta politica vera. Il crollo di Bisanzio, come ha scritto Revelli, o la sua delocalizzazione in una specie di outlet village fuori città. Le elezioni amministrative non hanno affatto&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/14/lalternativa-e-possibile-bisogna-provarci-andrea-bagni-il-manifesto/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>14/6/2013</p>
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<div>È necessario costruire una coalizione democratica, uscendo dalle solitudini. Alba prova a discuterne, oggi e domani a Bari</div>
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<div>Quella del marzo scorso è stata una svolta politica vera. Il crollo di Bisanzio, come ha scritto Revelli, o la sua delocalizzazione in una specie di outlet village fuori città. Le elezioni amministrative non hanno affatto cambiato scenario: hanno confermato la sottrazione dal voto, l&#8217;esodo nel bianco accecante del saggio sulla cecità di Saramago. Un collega, dopo la rielezione di Napolitano, mi ha detto sorridendo: «Ora forse nascerà il tuo partito, finalmente&#8230; Stavolta ci sta che lo voti anch&#8217;io». I miei colleghi sono un interessante campo di osservazione. Rappresentano il mondo dell&#8217;opinione democratica, quella che si entusiasma per Barbara Spinelli e vorrebbe un centrosinistra decente. La sensazione era che con la candidatura di Rodotà qualcosa si aprisse e potesse riguardare anche loro, non solo la sinistra radicale e patetica di sempre.<br />
Perché il sistema parlamentare sconvolto ha reagito al voto praticando una sorta di rinuncia a esistere, una cessione di sovranità. Una sbalorditiva confessione di impotenza. E di paura. È stata la conferma, in nome di uno stato d&#8217;emergenza permanente, delle politiche ottusamente liberiste per le quali la democrazia è un pericolo mortale, un lusso che non ci possiamo più permettere. Nella crisi è clamorosa la scissione fra capitalismo neoliberista &#8211; che non cancella gli stati ma li subordina a sé in funzione autoritaria e di controllo &#8211; e cultura costituzionale.<br />
È anche vero, però, che il paese ha reagito a questo disastro del sistema rappresentativo. Certo con sgomento. In quella settimana di marzo è cambiato l&#8217;intero film raccontato nella programmazione pre-elettorale. Il voto utile al centrosinistra per bloccare Berlusconi si è ritrovato in una Santa Alleanza a guida trascendente e sede ad Arcore. L&#8217;antiberlusconismo peraltro non è solo questione di stile: c&#8217;è un&#8217;idea e un&#8217;etica della democrazia in gioco. La mentalità proprietaria di Arcore sui corpi notturni giovanili è un altro lato del potere del denaro, del servilismo, della violenza simbolica maschile. Proust, quando si accorge che per l&#8217;amico la foto di Albertine &#8220;fuggitiva&#8221; è una discreta delusione, scrive che lascia volentieri le belle donne agli uomini privi di immaginazione. Infermiere e suore sexy sono per i compratori finali poveri di spirito e di fantasia. Però la reazione non è stata solo di sgomento. C&#8217;è un&#8217;Italia che si è anche riconosciuta altrove &#8211; fuori da quelle mura spavaldamente innalzate sul nulla. Rodotà è stato per qualche settimana una metafora, il simbolo di questo diverso paese, non importa quanto deluso e frustrato. Ma non si trattava di affidarsi a un nome e a un volto. Il risultato rischia di deludere sempre se fra il leader e i cittadini non si costruisce niente. Se oltre i soggetti non c&#8217;è una soggettività politica.<br />
A me sembra che, al di là degli esiti, ci sia un sentimento politico da cui queste passioni nascono. Che se anche passano e sembrano spegnersi sono comunque state. Indicano una speranza, una possibilità di resistenza ed esistenza. Certo, bisognerebbe riuscire a incontrarsi, chiedersi che si vuol fare da grandi, non solo ogni tanto sentirsi figli di qualcuno. Bisognerebbe sentirsi fratelli e sorelle e imparare a farne a meno. Come è giusto che accada prima o poi con i padri &#8211; sempre in qualche modo lontani da Itaca.<br />
Per questo mondo democratico radicale occorre costruire una rete di relazioni non episodiche, un luogo comune di confronto. E una qualche possibilità di rappresentanza. Non con l&#8217;obiettivo di una mini percentuale di testimonianza da sinistra radicale. L&#8217;ambizione deve essere alta, quanto è vasta quest&#8217;altra Italia.<br />
Che sia vasta si è visto bene a Bologna. Un piccolo gruppo di donne e uomini senza sponsor istituzionali alle spalle ha vinto un referendum difficilissimo contro il finanziamento pubblico delle scuole private. Contro i grandi partiti, lo stato e la Chiesa, custodi del materiale e dell&#8217;immaginario. Da una parte il ricatto del non ci sono soldi, volete lasciare i bambini per strada, una scuola è un servizio alla persona, anzi alla famiglia; dall&#8217;altro la laicità di uno spazio pubblico di confronto e crescita, orizzonti aperti di ricerca e diversità, senza verità assolute da trasmettere. Cioè una scuola.<br />
E il 2 giugno la piazza strapiena di Libertà e Giustizia ha detto chiaro come il sole che di fronte alla crisi di cultura costituzionale delle istituzioni c&#8217;è una comunità politica diffusa, che si riconosce nella Costituzione e ha forza costituente. Che non si può curare la malattia della delega con un di più di delega, sostituire la partecipazione e la rappresentanza con il tifo per Berlusconi, Grillo o Renzi. Che un uomo solo al comando (con i sui gregari a servizio) è una festa per la corruzione e l&#8217;autoritarismo.<br />
Bisogna mettere in scena un&#8217;alternativa, una coalizione democratica. Altrimenti il rischio è che questa fibrillazione che si sente esistere resti tale e alla fine diventi estraneità, passività o rabbia. Sarebbe il via libera da una società svuotata di vita a un ceto politico di anime morte. Forse oggi non c&#8217;è neppure bisogno di aggiungere molto a coalizione democratica. La democrazia costituzionale è divenuta (come già la prima volta) rivoluzionaria.<br />
Noi di Alba ci ritroviamo a Bari, il 14-15 giugno per ragionare di tutto questo. A Sud. A partire dalle radici, ma con l&#8217;idea di risalire per i rami, fino alle fronde. Magari per far crescere nella varietà degli alberi la coscienza del bosco &#8211; modello foresta di Birman che marcia contro il Castello di Macbeth. Certo, ci abbiamo già provato. Certo, l&#8217;abbiamo già detto. Fuori delle mura di Bisanzio circola pure lo scoraggiamento dell&#8217;impotenza, la solitudine densamente popolata d&#8217;una moltitudine smarrita. E sento già i commenti dei colleghi. Ancora?, di nuovo un cantiere, consulta rete lista zattera, altri tentativi di mettere insieme&#8230; Che palle. Chiamaci quando avete finito. Libertà e Giustizia non si muove facilmente, Micromega fa una rivista, Emergency fa Emergency, Libera l&#8217;antimafia. La Fiom fa la Fiom.<br />
Tutto giusto, mi sa. Siamo stanchi di provare, lasciamo perdere. E però niente riposa della vita come la vita. Quel sentimento, quel progetto politico fluido che esiste anche attraverso la sua assenza, è un desiderio che resiste. Malgrado tutto, malgrado noi. Secondo me bisogna continuare a provare. Alle sconfitte si sopravvive. Le rinunce fanno morire democristiani. O peggio, lettiani, renziani&#8230;</div>
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		<title>Accorinti al ballottaggio a MESSINA: «Un&#8217;opportunità storica, dobbiamo crederci» &#8211; Federico Scarcella (il manifesto)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 10:22:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela.Passeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[12/06/13 &#8211; La città dei due mari, a qualche bracciata dalla costa calabra, è esposta a tutto: «Mafia, &#8216;ndrangheta, massoneria. E ancora: università corrotta, procura che fa parlare di sé. Un verminaio, appunto, come Nichi Vendola definì Messina qualche anno fa», dice Renato Accorinti, 59 anni, insegnante di educazione fisica in una scuola media, fondatore&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/12/accorinti-al-ballottaggio-a-messina-unopportunita-storica-dobbiamo-crederci-federico-scarcella-il-manifesto/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/wp-content/uploads/2013/06/acorinti-messina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6991" title="acorinti messina" src="http://www.soggettopoliticonuovo.it/wp-content/uploads/2013/06/acorinti-messina-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>12/06/13 &#8211; La città dei due mari, a qualche bracciata dalla costa calabra, è esposta a tutto: «Mafia, &#8216;ndrangheta, massoneria. E ancora: università corrotta, procura che fa parlare di sé. Un verminaio, appunto, come Nichi Vendola definì Messina qualche anno fa», dice Renato Accorinti, 59 anni, insegnante di educazione fisica in una scuola media, fondatore e instancabile animatore del Comitato No Ponte, che con la sola lista civica che porta il suo nome ha impedito al candidato del centrosinistra, Felice Calabrò, di essere eletto al primo turno. E&#8217; finita 49,94% contro 23,88. Il candidato del Pdl, Enzo Garofalo, si è fermato al 18,47% e la 5 Stelle Maria Cristina Saija al 2,87. E&#8217; lui, ambientalista di sinistra, la sorpresa di queste tutto sommato prevedibili elezioni in Sicilia.</p>
<p><strong>Ci credevi?</strong></p>
<p>Era impensabile, ma è accaduto. Nessuna città in Italia è stata sequestrata come Messina, dal dopoguerra soffocata dalle sue consorterie. Qui fino a ieri non ci si poteva avvicinare al potere, e partecipare a una consultazione elettorale era un atto di sola testimonianza. Da quarant&#8217;anni faccio politica e per trent&#8217;anni ho preso pesci in faccia. Poi qualcosa ha cominciato a muoversi, perché quando parli all&#8217;anima della gente, allora cominci a trovare interlocutori. Qui la politica è l&#8217;avamposto dei potentati.</p>
<p><strong>Che non credo siano spariti.</strong></p>
<p>Felice Calabrò è uno con il quale io parlo, ma dietro di lui ci sono quelli di sempre: c&#8217;è il parlamentare del Pd Francantonio Genovese, che ha in mano la città: politico, armatore, imprenditore con svariati interessi, espressione di una famiglia di democristiani che impera da sempre. Genovese si contrappone, in un cinico schema di potere, ai potentati di centrodestra. Ma nei due schieramenti i contenuti sono pressoché gli stessi. E&#8217; stata questa, finora, l&#8217;alternanza politica a Messina.</p>
<p><strong>Ma Genovese dice di essere contro il ponte.</strong></p>
<p>E&#8217; un camaleonte: dice quello che conviene al momento. Alle scorse regionali ha spostato 20 mila dei &#8220;suoi&#8221; voti al cognato Franco Rinaldi, con interessi in quel serbatoio elettorale che è la formazione professionale. Intervistato da Report ha detto, quasi con orgoglio, che i voti non arrivano certo dalla luna. Messina è, sì, una città dissestata sul piano ambientale, ma il vero dissesto è quello culturale. Qui il concetto di cosa pubblica si può racchiudere in una vicenda scabrosa come quella dell&#8217;azienda dei trasporti, l&#8217;Atm: 590 dipendenti, 72 milioni di debiti e solo 16 mezzi in attività per 245 mila abitanti.</p>
<p><strong>Tra te e Calabrò ci sono ventimila voti di distanza. Cosa accadrà al ballottaggio?</strong></p>
<p>E&#8217; un&#8217;opportunità storica per la città. Dobbiamo crederci. Abbiamo ottenuto questo risultato con una sola lista, mentre loro ne avevano otto. Ma ho coinvolto Messina, la mia candidatura è stata sottoscritta da cinquemila persone e abbiamo lavorato come matti e senza un euro, contro potentati d&#8217;ogni genere.</p>
<p><strong>E anche contro Grillo?</strong></p>
<p>I 5 Stelle locali mi avevano proposto di candidarmi con il loro simbolo. Ho detto di no, ma ero disposto a un apparentamento tra la mia lista e la loro. Grillo non ne ha voluto sapere: la loro regola è andare da soli.</p>
<p><strong>A proposito di regole: ti sei deciso a compare un telefonino?</strong></p>
<p>Non ancora, ma se divento sindaco lo farò.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La messa è finita &#8211; di Ilvo Diamanti (la Repubblica)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 08:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela.Passeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[12/06/13 &#8211; VENT’ANNI dopo la Seconda Repubblica è finita. Questo mi sembra il senso “politico” di questa consultazione. Che ha le specificità e i limiti di un voto “locale”, ma assume comunque un significato politico “nazionale”. Non solo perché ha coinvolto quasi 7 milioni di elettori, in 564 comuni. Tra cui, 16 capoluoghi di provincia&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/12/la-messa-e-finita-di-ilvo-diamanti-la-repubblica/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/06/13 &#8211; VENT’ANNI dopo la Seconda Repubblica è finita. Questo mi sembra il senso “politico” di questa consultazione. Che ha le specificità e i limiti di un voto “locale”, ma assume comunque un significato politico “nazionale”.</p>
<p>Non solo perché ha coinvolto quasi 7 milioni di elettori, in 564 comuni. Tra cui, 16 capoluoghi di provincia e 92 città con oltre 15 mila abitanti. Ma perché, a mio avviso, conferma la svolta dalle elezioni politiche di febbraio. Segna, cioè, la fine della “rivoluzione” partita vent’anni fa, nel 1993, proprio dalle città. Dove, per la prima volta, si era votato “direttamente” per il sindaco. Quando, prima del ballottaggio, Silvio Berlusconi, “sdoganò” i post-fascisti, annunciando che, se, vi avesse risieduto, a Roma avrebbe votato per Gianfranco Fini. Ma la “rivoluzione” si produsse e riprodusse, soprattutto, nel Nord. In particolare, a Milano. La città di Mani Pulite dove Marco Formentini, candidato della Lega, divenne sindaco. Dove Silvio Berlusconi fondò Forza Italia, il suo “partito personale” e “aziendale”. Che l’anno seguente vinse le elezioni politiche. Aggregando Alleanza Nazionale, nel Centro Sud, e la Lega nel Nord. Così Milano conquistò l’Italia. E la “questione settentrionale” divenne “questione nazionale”. Il capitalismo popolare, della piccola impresa, rappresentato dalla Lega, insieme al capitalismo mediatico, finanziario e immobiliare, interpretato da Berlusconi. Conquistarono l’Italia. Complice l’Alleanza Nazionale del Sud.</p>
<p>Vent’anni dopo, quel percorso sembra finito. Il Forza-leghismo (come l’ha definito Edmondo Berselli) ha perduto la sua Bandiera. Il Nord. Il territorio. Il Centrodestra, in queste elezioni, è stato “s-radicato”, proprio dove era più “radicato”. Nei luoghi della Lega. A Treviso, per prima. La città di Gentilini — e del governatore Zaia. Ma la Lega ha perduto anche nelle città vicine a Verona. Feudo del Nuovo leghismo di Tosi.</p>
<p>Tutto il Centrodestra, però, si è “s-radicato”. Ovunque. I dati, al proposito, sono impietosi. Nei 92 comuni maggiori dove si è votato, prima di queste elezioni, il Centrodestra aveva 49 sindaci (di cui 2 la Lega da sola). Nel Nord “padano”, in particolare, amministrava 16 comuni maggiori (compresi i 2 della Lega), sui 28 al voto. Oggi la Lega è scomparsa. E il Centrodestra, guidato dal Pdl, ha “mantenuto” solo 14 città maggiori, in Italia, cioè meno di un terzo. E 3 nel Nord. In pratica: è quasi sparito. In questi giorni ha perduto le roccheforti residue. Da ultima, Imperia – il feudo di Scajola. Per prima – e soprattutto – Roma. La Capitale. Il Centrodestra è affondato anche nel Centrosud e nel Mezzogiorno. Sconfitto a Viterbo, e nei principali capoluoghi siciliani dove si votava. A Messina, Catania, Ragusa, Siracusa. È questa la principale indicazione “politica” di questo voto “ammi-nistrativo”: la sconfitta del Centrodestra. Insieme al declino – simbolico e politico – del territorio. Eppure non è stato sempre così. Cinque anni fa, appena, il centrodestra governava ancora in alcune importanti capitali. A Milano, Palermo, Cagliari. Roma. Ora le ha perdute. Tutte. Cos’è successo, in questi ultimi anni? Ha pesato, sicuramente, il declino dei riferimenti sociali ed economici: l’impresa e gli imprenditori – ma anche i lavoratori – della piccola impresa. Il capitalismo finanziario e speculativo. La crisi globale li ha stremati. E li ha posti reciprocamente in conflitto. Inoltre, l’invenzione del Pdl non ha “coalizzato” Fi e An. Li ha svuotati entrambi. Ne ha fatto un solo, unico contenitore “personale”. La Lega, invece, si è “normalizzata”. È divenuta “romana”. Così, al Centrodestra è rimasta solo l’immagine – peraltro sbiadita – del Capo. Berlusconi. In ambito politico nazionale. Mentre a livello locale non è rimasto praticamente nulla.</p>
<p>La svolta oltre la Seconda Repubblica è sottolineato dal crescente peso dell’astensione, cresciuta notevolmente, rispetto alle elezioni precedenti. A conferma che la messa è finita. In altri termini: il voto non è più una fede. Così, occorrono buone ragioni per votare un partito o un candidato. E, prima ancora, per andare a votare. Negli ultimi vent’anni, il non-voto è stato, in parte, assorbito dal voto di protesta. Intercettato dalla Lega, ma anche da Berlusconi. Canalizzato, alle recenti elezioni politiche, da Grillo e dal M5S. In questo caso non è avvenuto. Al primo e a maggior ragione al secondo turno. Per ragioni fisiologiche – non ci sono preferenze da dare, i candidati si riducono a due, molte sfide appaiono segnate. Ma anche perché “non votare”, in una certa misura, è un modo per votare. E conta molto, visto lo spazio che gli viene dedicato dagli attori e dai commentatori politici.</p>
<p>Alla fine della Seconda Repubblica, così, riemerge il Centrosinistra. E soprattutto il Pd. Considerato in crisi, dopo il voto di febbraio. Ma soprattutto dopo-il-dopo-voto. Fiaccato “da” Berlusconi – regista delle larghe intese. “Da” Grillo e dal M5S – vincitori delle elezioni politiche. In questa occasione, il Pd, insieme al Centrosinistra, ha vinto ovunque. O quasi. In tutte e 16 le città capoluogo. In 21 comuni maggiori del Nord (su 28), 10 (su 12) nelle regioni rosse e in 22 nel Centro-Sud (su 52). Mentre il Pdl si è sciolto e la Lega è scomparsa. Mentre il M5S ha eletto il sindaco a Pomezia — seconda città del MoVimento, per peso demografico, dopo Parma. E va in ballottaggio a Ragusa. In altri termini, “resiste” ed “esiste”, ma non avanza, come nell’ultimo anno.</p>
<p>Un altro segno del cambio d’epoca. Perché se il territorio declina, come bandiera, torna ad essere importante come risorsa politica e organizzativa. E favorisce i “partiti” che ancora dispongono di una struttura e di persone credibili e conosciute, presso i cittadini. In altri termini, il Pd è un partito personalizzato, a livello locale. Ma è diviso e impersonale, a livello nazionale. Gli altri, il Pdl e lo stesso M5S, sono partiti personali in ambito nazionale. Ma senza basi locali. Così la competizione elettorale diventa instabile e fluida, come quel 50% di elettori senza bussola e senza bandiera. Per questo nessuno può né deve sentirsi al sicuro. Non il Pdl, partito personale e senza territorio, gregario di una Persona alle prese con troppi problemi personali. Ma neppure il Pd. Partito personalizzato, sul territorio, ma im-personale, a livello nazionale. La Seconda Repubblica bipolare fondata “dalla” Lega e “su” Berlusconi: è finita. Ma la Prima Repubblica, fondata “dai” e “sui” partiti, non tornerà. Da oggi in poi, ogni elezione sarà un “salto nel voto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La paura del popolo &#8211; di Barbara Spinelli (la Repubblica)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 08:39:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela.Passeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[12/06/13 &#8211; DI TANTO in tanto, quando si temono rivoluzioni, o si fanno guerre, oppure nel mezzo di una crisi economica che trasforma le nostre esistenze, torna l’antica paura del suffragio universale. Del popolo che partecipa alla vita politica , che licenzia i governi inadempienti e ne sceglie di nuovi, che fa sentire la propria&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/12/la-paura-del-popolo-di-barbara-spinelli-la-repubblica/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/06/13 &#8211; DI TANTO in tanto, quando si temono rivoluzioni, o si fanno guerre, oppure nel mezzo di una crisi economica che trasforma le nostre esistenze, torna l’antica paura del suffragio universale.</p>
<p>Del popolo che partecipa alla vita politica , che licenzia i governi inadempienti e ne sceglie di nuovi, che fa sentire la propria voce. È la paura che le classi alte, colte, ebbero già nella Grecia classica. Aristotele paventava la degenerazione democratica, se sovrano fosse diventato il popolo e non la legge. Ancora più perentorio un libello anonimo ( La Costituzione degli Ateniesi, attribuito a Senofonte) uscito nel V secolo aC: «In ogni parte del mondo gli elementi migliori sono avversari della democrazia (&#8230;). Nel popolo troviamo grandissima ignoranza e smoderatezza e malvagità. È la povertà soprattutto, che lo spinge ad azioni vergognose ». Il dèmos respinge le persone per bene: «vuole essere libero e comandare, e del malgoverno gliene importa ben poco ». Sotto il suo dominio tutte le procedure si rallentano, ed è il caos che oggi chiamiamo ingovernabilità.</p>
<p>L’orrore del populismo o dei democratici demagoghi ha queste radici, che Marco D’Eramo illustra con maestria in un saggio uscito il 16 maggio su Micromega.</p>
<p>Ma è dopo la Rivoluzione francese, e in special modo quando comincia a estendersi gradualmente il diritto di voto, nella seconda parte dell’800, che fa apparizione un’offensiva ampia, e concitata, contro il suffragio universale. Inorridiscono i democratici stessi. Nei primi anni del ’900, il giurista Gaetano Mosca vede già le plebi e le mafie del Sud distruggere istituzioni e buon governo. È diffusa l’idea che i migliori, e le migliori politiche, saranno travolti e annientati dal popolo elettore. Si formano chiuse oligarchie, con la scusa di tutelare il popolo dai suoi demoni.</p>
<p>È una paura che va a ondate, e non sempre l’oggetto che spaventa è esplicitamente indicato. Quella che oggi torna a dilagare pretende addirittura di salvare la democrazia, imbrigliandola e tagliando le ali estremiste (gli «opposti estremismi», spiega d’Eramo, diventano sinonimi di populismo). Ma gli elementi dell’annosa offensiva contro il suffragio universale sono tutti presenti, sotto traccia. Il popolo smoderato e incolto va vigilato, spiato: o perché chiede troppo, o perché rischia di avere troppi grilli per la testa. Sono aggirate anche le Costituzioni, fatte per proteggere i cittadini dai soprusi delle cerchie dominanti. Ovunque le democrazie sono alle prese con i danni collaterali di questa ferrea legge oligarchica.</p>
<p>Accade proprio in questi giorni in America, dove prosegue una guerra antiterrorista sempre più opaca, condotta senza che il popolo (e neppure gli alleati per la verità) possa dire la sua. Il culmine l’ha raggiunto Obama, che pure aveva criticato la torbida sconfinatezza delle guerre di Bush. Il 6 giugno, viene svelata un’immensa operazione di sorveglianza dei cittadini americani da parte dell’Agenzia di sicurezza nazionale: milioni di numeri telefonici e indirizzi mail, raccolti non in zone belliche ma in patria col consenso segreto di vari provider. Indignato, il New York Times commenta: «Il Presidente ha perso ogni credibilità» (poi per prudenza rettifica: «Ha perso ogni credibilità su tale questione »).</p>
<p>Analogo orrore dei popoli è ravvivato dalla crisi economica, governata com’è da trojke e tecnici separati dai cittadini: anch’essa, come la guerra, va affidata a pochi che sanno (poche persone per bene, pochi migliori, direbbe lo Pseudo-Senofonte). Gli ottimati sapienti stanno come su una zattera, e non a caso il loro nome è «traghettatori ». Sotto la scialuppa ribolle il popolo: forza infernale, miasma imprevedibile e contaminante. Infiltrato da meticci, demagoghi, gente colpevole due volte: sia quand’è sprecona, sia quando non consuma abbastanza. Sono invisi anche gli sradicati, o meglio chi pensa all’interesse generale oltre che locale: se vuoi lusingare un partito, oggi, digli che non è un meteco ma «ha un forte radicamento territoriale». Nei cervelli dei traghettatori s’aggira il fantasma, temuto come la peste dagli anni ’70, dell’esplosione sociale e dell’ingovernabilità.</p>
<p>È in questa cornice che le parole si storcono, sino a dire il contrario di quel che professano. La riforma significava miglioramento delle condizioni dei cittadini, del loro potere di influire sulla politica. Furono grandi riforme il suffragio universale, e subito dopo l’introduzione del Welfare: ambedue malandate. Adesso il riformista escogita strategie per tenere al guinzaglio gli eccessi esigenti dei governati. Il proliferare in Italia di comitati di saggi (per cambiare la Costituzione, per il Presidenzialismo) è sintomo di un crescente scollamento di chi comanda dal popolo, e al tempo stesso dai suoi rappresentanti. Ci si adombra, quando il Parlamento è definito una tomba. Per fortuna non lo è. Ma un Parlamento fatto di nominati più che di veri eletti somiglia parecchio a un sepolcro imbiancato: e così resterà, finché non avremo diritto a una legge elettorale decente.</p>
<p>Tale è la paura del popolo-elettore, che per forza quest’ultimo si ritrae e fugge. Si esprime in vari modi (nei referendum, sul web, attraverso la stampa indipendente) ma ogni volta sbatte la testa contro un muro. Lo Stato ne diffida, al punto di spiare milioni di cittadini come in America. E i nemici peggiori diventano i reporter e le loro fonti, che gettano luce sulle malefatte dei governi. Nel 2010 fu il caso di Wikileaks. Oggi è il turno del Guardian e del Washington Post, che hanno scoperchiato il piano di sorveglianzaspionaggio (nome in codice: Prism) del popolo americano. Non restano che loro, fra lo Stato-Panoptikon che ti tiene d’occhio e i cittadini mal informati. In inglese le gole profonde che narrano i misfatti si chiamano whistleblower:</p>
<p>soffiano il fischietto, in presenza di violazioni gravi della legalità, e antepongono il dovere civico alla fedeltà aziendale. Ben più spregiativamente, politici e giornali benpensanti li definiscono spie, se non traditori. «Non chiamateli talpe!», chiede molto opportunamente Stefania Maurizi su Repubblica online di lunedì. Il soldato Bradley Manning, che smascherò tramite Wikileaks i crimini Usa nella guerra in Iraq, è da 3 anni in prigione. Ora è processato, rischia l’ergastolo.</p>
<p>Il whistleblower che ha rivelato il piano di sorveglianza voluto da Obama è Edward Snowden, 29 anni, ex assistente della Cia e della Nsa: è rifugiato a Hong Kong, e da lì fa sapere: «L’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) ha costruito un’infrastruttura che intercetta praticamente tutto. Con la sua capacità, la vasta maggioranza delle comunicazioni umane è digerita automaticamente, senza definire bersagli chiari. Se volessi vedere le tue email o il telefono di tua moglie, devo solo usare le intercettazioni. Posso ottenere le tue email, password, tabulati telefonici, carte di credito. Non voglio vivere in una società che fa questo genere di cose. Non voglio vivere in un mondo in cui ogni cosa che faccio e dico è registrata. Non è una cosa che intendo appoggiare o tollerare».</p>
<p>Il popolo reagisce ai soprusi e all’indifferenza del potere in vari modi: impegnandosi in associazioni (ricordiamo i referendum italiani sul finanziamento dei partiti e sull’acqua, o il voto contro il Porcellum); oppure ritirandosi quando si accorge di non contare nulla. Altre volte smette di credere e diserta le urne, come alle amministrative di questi giorni. Ma sempre potrà sperare di avere, come alleati, i whistleblower che toglieranno il sigillo alle illegalità, alle cose nascoste o sporche della politica.</p>
<p>Ecco cosa produce lo sgomento causato dal dèmos.</p>
<p>Il popolo stesso s’impaura, entra in secessione. La paura del suffragio universale non è mai finita, sempre ricomincia. Nacque nell’800, ma come nella ballata di Coleridge: «Dopo di allora, ad ora incerta – Quell’agonia ritorna».</p>
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		<title>La scuola al centro della politica costituzionale &#8211; di Stefano Rodotà (Repubblica)</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:52:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela.Passeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[10/06/13 &#8211; Dal mondo della scuola, da Bologna e da Napoli, arrivano indicazioni significative per stabilire quale debba essere oggi la politica costituzionale, e che mettono in evidenza l’importanza delle iniziative dei cittadini e l’illegittimità di vincoli economici che possono pregiudicare i diritti fondamentali delle persone. Grandi questioni di principio entrano così, con la forza&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/10/la-scuola-al-centro-della-politica-costituzionale-di-stefano-rodota-repubblica/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">10/06/13 &#8211; Dal mondo della scuola, da Bologna e da Napoli, arrivano indicazioni significative per stabilire quale debba essere oggi la politica costituzionale, e che mettono in evidenza l’importanza delle iniziative dei cittadini e l’illegittimità di vincoli economici che possono pregiudicare i diritti fondamentali delle persone. Grandi questioni di principio entrano così, con la forza della concretezza, in una discussione costituzionale da troppo tempo confinata in astratte e rischiose operazioni di “ingegneria istituzionale”, con scarsa considerazione dei principi da rispettare e disattenzione crescente per le essenziali questioni dei diritti.<br />
È ormai ben noto che un gruppo di cittadini bolognesi aveva promosso un referendum sul finanziamento pubblico alle scuole materne private, ricordando che l’articolo 33 della Costituzione riconosce il diritto dei privati “di istituire scuole senza oneri per lo Stato”. Veniva così messa in discussione una linea di politica scolastica nazionale e locale costruita negli anni da maggioranze diverse, che aveva aggirato la norma costituzionale riconoscendo ai privati cospicui finanziamenti.<br />
Contro il referendum si era costituito un massiccio schieramento che vedeva insieme il Pd, il Pdl e la Curia. Sembrava così che il risultato fosse scontato. E invece contro il finanziamento si è pronunciato il 58,8% dei votanti, smentendo non solo le previsioni, ma pure l’accusa secondo la quale si trattava di una iniziativa estremista e minoritaria, che metteva in discussione il diritto dei bambini appartenenti alle famiglie più svantaggiate. Se, infatti, si analizzano i risultati del voto quartiere per quartiere, emerge con nettezza il fatto che il sostegno al referendum è venuto proprio dalle zone più popolari dov’è più forte l’elettorato di sinistra che, dunque, non si è allineato alla posizione ufficiale del Pd. Si è cercato di sminuire il significato del referendum insistendo sulla bassa affluenza alle urne (28,7%). Argomento debole, soprattutto in tempi di astensionismo generalizzato.<br />
Ma il risultato bolognese si presta a riflessioni di carattere generale. La prima riguarda la fedeltà alla Costituzione e la voglia delle persone di impegnarsi in iniziative che difendono principi: e questa è una indicazione importante in una fase in cui si vuole avviare una stagione di riforme che<br />
rischia di mettere in discussione proprio aspetti fondamentali del testo costituzionale. La seconda si riferisce alla necessità di rispettare il risultato del voto referendario, anche se, come nel caso di Bologna, non ha valore vincolante. E, infatti, personalità eminenti del mondo cattolico, che si erano schierate a favore del mantenimento del finanziamento ai privati, hanno responsabilmente sottolineato la necessità di tenere comunque conto della volontà popolare.<br />
La questione del rispetto dei risultati referendari non è nuova. Da due anni, da quando ventisette milioni di elettori votarono contro la privatizzazione dell’acqua, è in corso una guerriglia che vede istituzioni pubbliche impegnate nell’illegittimo tentativo di vanificare il risultato di quel voto. E negli ultimi tempi si è ripetutamente insistito sul fatto che, nel 1993, il 90% degli elettori votò a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, poi mantenuto in vita con diversi artifizi. Sembra, invece, essersi perduta la memoria di quei sedici milioni di cittadini che nel 2006, votando contro la riforma costituzionale approvata dalla maggioranza berlusconiana l’anno precedente, confermarono l’impianto della Costituzione, opponendosi a forzature che avrebbero accentuato i rischi della concentrazione autoritaria del potere. Vale il richiamo al referendum sul finanziamento ai partiti e non quello sulla fedeltà alla Costituzione? Due pesi e due misure? Certo, i risultati referendari non escludono la possibilità di riprendere in esame i temi affrontati e nella mozione appena approvata dalle Camere sull’iter delle riforme costituzionali si dice esplicitamente che un referendum sarà possibile. Ma, istituzionalmente e politicamente, è preoccupante la disattenzione per una opinione pubblica che ha ripetutamente mostrato un orientamento ostile alle semplificazioni autoritarie del sistema costituzionale e la sua attenzione ai principi che lo fondano.<br />
Principi che non possono rimanere sulla carta e che, quindi, non possono essere messi tra parentesi con l’argomento dei vincoli imposti dalla crisi economica. È questo il grande significato di una decisione della Corte dei conti che ha giudicato legittima una decisione del Comune di Napoli anch’essa legata al funzionamento delle scuole. Che cosa aveva fatto il Comune? Aveva approvato una delibera che consentiva<br />
la nomina degli insegnanti necessari per il funzionamento delle scuole dell’infanzia e degli asili nido, delibera che formalmente si poneva in contrasto con i divieti imposti dal patto di stabilità ai Comuni con pesanti buchi nel bilancio. La questione era finita davanti alla sezione campana della Corte dei conti, che doveva appunto accertare la legittimità dell’iniziativa presa dagli amministratori napoletani. L’argomentazione del Procuratore regionale è molto netta: “I pur fortissimi diritti di contenuto economico e finanziario posti a salvaguardia dell’integrità dei bilanci pubblici non possono incidere sui diritti fondamentali della persona”. E qui le persone sono le bambine e i bambini che sarebbero stati privati proprio della possibilità di accedere ad un servizio essenziale, come quello scolastico, con evidente violazione del diritto all’istruzione, elemento costitutivo del diritto costituzionale al libero sviluppo della personalità. Nella delibera del Comune, peraltro, si affrontava anche il tema della riduzione di altre spese, non altrettanto indispensabili, per sostenere quelle relative all’assunzione degli insegnanti.<br />
Sulla base di una dettagliata analisi delle norme vigenti e degli orientamenti delle corti italiane e europee viene così messa radicalmente in discussione la subordinazione dei diritti fondamentali alla logica economica, che sembra essere divenuta l’unica norma di riferimento del tempo che viviamo. Si blocca così una deriva che ha portato a vere e proprie sospensioni delle garanzie costituzionali. Il caso napoletano dovrebbe allora imporre un riflessione generale ad una politica disattenta e che sembra non più attrezzata per affrontare questioni di tale portata. Che però non possono essere eluse, perché intorno ad esse si costruisce quella politica costituzionale di cui sempre più si avverte il bisogno.<br />
<strong>La scuola pubblica, scriveva Piero Calamandrei, è “organo costituzionale”.</strong> Quella definizione torna alla mente perché da lì, dal luogo dove principi fondativi e formazione civile s’incontrano, viene oggi una spinta forte per uscire dalla regressione nella quale stiamo sprofondando e per indicare alla politica l’orizzonte largo nel quale deve muoversi per recuperare credito e nobiltà.</span></p>
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		<title>ALBA a fianco del &#8220;Comitato 16 Novembre&#8221; malati SLA</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 17:06:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emmanuele Curti</dc:creator>
				<category><![CDATA[comunicati]]></category>

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		<description><![CDATA[ALBA Nazionale insieme ad Alba nodo Articolo 3 parteciperà al PRESIDIO organizzato dal   Comitato &#8220;16 Novembre&#8221; malati SLA ,per la rivendicazione dei Diritti dei disabili gravi il cui rispetto è stato pesantemente compromesso dallo smantellamento sistematico del welfare operato in nome di una crisi economica determinata da interessi e manovre di&#8221; parte &#8221; in un sistema politico- finanziario sull&#8217;orlo del collasso. Saremo presenti&#8230;<br /><a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/2013/06/07/alba-a-fianco-del-comitato-16-novembre-malati-sla/">Leggi tutto</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ALBA Nazionale insieme ad Alba nodo Articolo 3 parteciperà al PRESIDIO organizzato<strong> </strong>dal   Comitato &#8220;16 Novembre&#8221; malati SLA ,per la rivendicazione dei Diritti dei disabili gravi il cui rispetto è stato pesantemente compromesso dallo smantellamento sistematico del welfare operato in nome di una crisi economica determinata da interessi e manovre di&#8221; parte &#8221; in un sistema politico- finanziario sull&#8217;orlo del collasso.</p>
<p>Saremo presenti al fianco dei malati SLA per ribadire la nostra volontà di contrastare lo scellerato disegno di governi che hanno mostrato e continuano a mostrare un totale disinteresse per la vita  e la condizione sociale delle persone più deboli perché colpite nella propria integrità fisica e/o psichica.</p>
<p>PARTECIPIAMO TUTTI il 12 giugno , dalle ore 10.30 sotto il Ministero dell&#8217;Economia a Roma in Via XX Settembre n. 97, alla manifestazione dei malati SLA, per testimoniare la nostra <em>solidarietà</em>  a chi ,con il proprio esempio e sacrificio, ci trasmette il coraggio di portare avanti le lotte necessarie a restituire dignità alle persone e a garantire a tutte/i una maggiore giustizia sociale,nel rispetto del dettato costituzionale.</p>
<p>ALBA Nazionale &#8211; ALBA nodo Articolo 3</p>
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