Relazioni 13 aprile – Andrea Baranes – seconda sessione
Cambiare rotta: dalla finanza-casinò a uno strumento al servizio della società
Andrea Baranes
Quella finanziaria è solo la più evidente delle multiple crisi che stiamo vivendo: economica, sociale, ambientale, di democrazia. La finanza dovrebbe essere uno strumento al servizio dell’economia e dell’insieme della società. Oggi questo ruolo è andato quasi del tutto smarrito. La finanza si è in massima parte trasformata in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. Il PIL, la ricchezza “reale” prodotta nel mondo, è di poco superiore ai 60.000 miliardi di dollari l’anno. Una singola banca statunitense detiene strumenti derivati – alla base di buona parte delle attività speculative – per un nozionale che si aggira sui 78.000 miliardi di dollari. Complessivamente quattro banche controllano un ammontare di derivati intorno ai 200.000 miliardi di dollari. “L’eccessivo” debito pubblico italiano, una delle prime dieci economie del pianeta, è circa l’1% di questa cifra.
Gli esempi potrebbero essere diversi altri. Giganteschi capitali ruotano freneticamente alla ricerca di profitti nel brevissimo termine, mentre una parte sempre più rilevante della popolazione, nel Nord come nel Sud del mondo, è totalmente esclusa dall’accesso al credito e dai servizi finanziari. Le stesse fasce più deboli su cui in massima parte ricadono gli impatti delle crisi e degli eccessi di questo sistema finanziario. Un sistema che va in crisi nel 2007 negli USA, trascinando l’intero pianeta nella peggiore recessione degli ultimi decenni.
Dopo lo scoppio della crisi il mostruoso debito creato dalla finanza speculativa per moltiplicare i profitti eludendo regole e controlli viene trasferito agli Stati, poi da questi passa ai cittadini. Oggi non c’è nessun altro su cui scaricarlo. Siamo rimasti con il cerino in mano e dobbiamo pagare il conto. Ed è un conto estremamente salato in termini di tagli al welfare e allo Stato sociale, disoccupazione, precarietà e rimessa in discussione di diritti dati per acquisiti. Al culmine del paradosso siamo chiamati a stringere la cinghia e accettare tali sacrifici perché occorre “restituire fiducia ai mercati”, come se all’opposto non fosse questa finanza a dovere radicalmente cambiare rotta per riconquistarla, la nostra fiducia.
Non solo. La crisi viene usata come un grimaldello per imporci un’ulteriore spinta nelle privatizzazioni, nella mercificazione dei beni comuni, nel predominio del mercato e del profitto sui diritti umani e l’ambiente. La cura per uscire dalla crisi è un inasprimento delle misure che ci hanno portato nella crisi stessa. Lanciati verso un baratro, ci chiedono di accelerare.
E’ necessario e urgente cambiare le regole del gioco. Serve una radicale cura dimagrante e dei controlli vincolanti sulla finanza. Nella maggior parte dei casi non ci sono difficoltà tecniche nel mettere in pratica questo cambio di rotta. Sappiamo cosa andrebbe fatto e come procedere. E’ una questione di volontà politica. In altre parole occorre superare il vergognoso potere delle lobby finanziarie, che a dispetto dei disastri combinati in questi anni, continuano a bloccare o “diluire” ogni proposta di regolamentazione e controllo.
Una di questa è la tassa sulle transazioni finanziarie (TTF). Il principio è molto semplice: si tratta di un’imposta estremamente ridotta – tipicamente lo 0,05% – su ogni acquisto di strumenti finanziari. Questo tasso minimo non scoraggerebbe gli investimenti e il normale funzionamento dei mercati, mentre è ben diversa la situazione per gli speculatori, che realizzano compravendite che avvengono anche nell’arco di millesimi di secondo con l’intenzione di guadagnare su minuscole oscillazioni dei prezzi. La TTF andrebbe a colpire ogni singola transazione, rendendola di fatto economicamente sconveniente. Il peso della tassa diventa progressivamente più alto tanto più gli obiettivi sono di breve periodo. La TTF è uno strumento di straordinaria efficacia per contrastare la speculazione e permetterebbe inoltre di generare un gettito di risorse da destinare al welfare, alla cooperazione internazionale e alla lotta contro i cambiamenti climatici. Soprattutto, parliamo di un segnale della volontà politica di controllare e non unicamente compiacere i mercati finanziari.
Altro tema: il contrasto ai paradisi fiscali, che hanno impatti devastanti, dall’evasione fiscale alla fuga di capitali, dal riciclaggio alle attività criminali all’esasperare l’instabilità finanziaria, a molti
altri. L’approccio fino a ora seguito, a partire dall’identificare questi territori con l’isoletta tropicale
di turno, si è rivelato inefficace. Una proposta concreta è quella di introdurre la rendicontazione Paese per Paese (Country by Country reporting) dei dati contabili e fiscali delle imprese multinazionali. Queste ultime devono oggi riportare nei propri bilanci unicamente dati aggregati per macro-regioni. In questo modo è impossibile sapere se le imprese pagano in ogni giurisdizione le tasse dovute, quale sia il loro fatturato e via discorrendo. L’obbligo di pubblicazione dei bilanci Paese per Paese consentirebbe un decisivo salto di qualità nella lotta contro l’evasione fiscale, la corruzione, il riciclaggio e la criminalità organizzata.
Ancora, nel 1929 le banche utilizzavano i risparmi dei correntisti per speculare in borsa. Dopo lo scoppio della crisi e gli enormi impatti sociali, gli USA hanno adottato una legge (Glass-Steagall Act) per separare le banche commerciali da quelle di investimento. La legge è stata abrogata a fine anni ’90 sull’onda delle dottrine neoliberiste, il che ha dato vita alla nascita delle “banche universali”, in buona parte responsabili dell’attuale crisi. Parliamo delle istituzioni too big to fail che hanno di fatto ricattato i governi, costringendoli a giganteschi piani di salvataggio, quindi a socializzare le perdite dopo che i profitti erano rimasti in mani private. Oggi diversi conglomerati finanziari hanno un fatturato superiore al PIL del Paese dove sono registrati. Occorre al contrario andare verso un modello di piccole banche, fortemente radicate sul territorio e al servizio delle persone e dell’economia. Il primo passo in questa direzione è una completa separazione delle banche commerciali dalle banche di investimento.
Analogamente occorre regolamentare in maniera rigida i derivati, oggi gli strumenti principe della speculazione, partendo da un drastico incremento della trasparenza e ponendo limiti al loro utilizzo e diffusione. Ancora, bisogna chiudere il sistema bancario ombra, tramite il quale le banche spostano fuori bilancio, solitamente in qualche società registrata nei peggiori paradisi fiscali del pianeta, buona parte delle proprie attività. Serve poi introdurre un principio precauzionale nella finanza. Un produttore non può mettere in commercio un’automobile o un giocattolo finché non dimostra che non è pericoloso per le persone e l’ambiente. Perché un tale limite non esiste per strumenti finanziari sempre più complessi e rischiosi? Perché l’onere della prova non ricade su chi intende venderli, ma al contrario le autorità di vigilanza devono inseguire per cercare di limitarne gli effetti più devastanti?
Oggi, anche in ragione della gravità della crisi e del perdurare di una finanza fuori controllo, finalmente le istituzioni stanno riconoscendo la validità di alcune di queste proposte. Nello stesso momento molto di più andrebbe fatto. E’ inaccettabile che siano necessari anni per introdurre regole e controlli di buon senso, mentre la speculazione ragiona in millesimi di secondo.
Questi e altri interventi di regolamentazione sono unicamente un lato della medaglia. Accanto a un intervento “dall’alto” è forse ancora più importante agire “dal basso”, partendo dai risparmi di tutti noi. Troppo spesso oltre vittime, diveniamo complici involontari di questo stato di cose. Chi di noi presterebbe i propri soldi a chi intendesse andarseli a giocare al casinò, o investire in mine antiuomo? Eppure quanti di noi domandano alla banca o al gestore l’uso che viene fatto del nostro denaro? I nostri risparmi, incanalati tramite conti correnti, fondi pensione e di investimento, possono avere un enorme impatto, tanto in positivo quanto in negativo. Possono essere impiegati per l’economia locale o finire in qualche paradiso fiscale, sostenere la cooperazione sociale e l’agricoltura biologica o il commercio di armi, e via discorrendo.
Tutti noi possiamo intervenire direttamente, esigendo la massima trasparenza sull’utilizzo che viene fatto dei nostri soldi. Il mondo della finanza etica dimostra concretamente che questo percorso esiste ed è già praticato da decine di migliaia di persone in Italia come in altri Paesi. Un percorso che si basa sulla piena trasparenza e la partecipazione. E’ che intende la finanza come uno strumento al servizio di un nuovo modello economico, sociale, ambientale e di democrazia. Un modello in cui la finanza sia parte della soluzione e non uno, se non il principale, problema.
«Il 18 maggio daremo voce al Paese che vuole cambiare» – Intervista a Maurizio Landini (Il Manifesto)
«La risposta che la politica sta dando alle richieste del Paese è sbagliata: in questa situazione c’è bisogno di un governo di totale cambiamento rispetto a quello di Monti. Un esecutivo che rimetta al centro il lavoro e faccia ripartire l’Italia». Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, boccia senza remore qualsiasi ipotesi di «governissimo», ma si rende conto realisticamente che nell’immediato la sua ipotesi è irrealizzabile: «L’unica alternativa alle larghe intese può essere al momento un governo breve e di scopo, che affronti le emergenze e cambi la legge elettorale, per poi tornare tra qualche mese al voto». La Fiom, dal canto suo, continua a mobilitarsi: il 18 maggio è prevista una grande manifestazione nazionale a Roma.
Perché non vi piace un governo delle larghe intese?
Un esecutivo di quel genere lo abbiamo sperimentato da poco, è quello Monti: non ha dato le risposte ai cittadini, e non a caso è stato bocciato alle ultime elezioni. Al contrario ci serve un governo che ricontratti alcuni vincoli europei, che investa sulla ripresa, con il pubblico, e che insieme ridia tutele al lavoro. Ma per fare questo deve avere un chiaro mandato politico, non può certo nascere mettendo insieme due forze che si sono opposte in campagna elettorale con programmi diversi e alternativi. Tra l’altro vediamo che l’astensionismo cresce, in Friuli il dato è lampante. In Italia c’è una grande crisi di rappresentanza politica, e per dare risposte deve tornare la politica.
Eppure c’è tanta richiesta di partecipazione, lo stesso Pd è in fermento: i militanti bruciano le tessere o occupano le sedi.
Certo, perché il messaggio arrivato al Paese è di un Palazzo che si chiude, che non ascolta e non comunica. Capisco la situazione drammatica in cui siamo, e ci vogliono sicuramente interventi emergenziali per gli esodati e la cassa in deroga, ma proprio per questo si devono avviare cambiamenti di fondo. Un nuovo “governo Monti senza Monti” non può dare le risposte necessarie: facciamo un esecutivo breve e di scopo, poi si rivada al voto, presto, entro pochi mesi.
È per questa emergenza che il 18 maggio della Fiom avrà una connotazione molto politica?
Non abbiamo fatto mistero, lo diciamo esplicitamente, che la nostra manifestazione si basa su una piattaforma sindacale ma si rivolge a tutti i cittadini che vogliono un vero cambiamento. D’altronde è nella tradizione della Fiom partire dai diritti in fabbrica per chiedere diritti nella società. Saranno con noi studenti, precari, giovani, movimenti e associazioni che non vogliono più aspettare e chiedono un nuovo corso: il lavoro al centro, un piano straordinario di investimenti, il reddito di cittadinanza, l’incentivazione alla riduzione di orario, la cancellazione dell’articolo 8. Piani per i trasporti, la mobilità, la banda larga, le energie rinnovabili. Lotta all’evasione fiscale, alla corruzione e alla criminalità. Una legge per la rappresentanza e la democrazia. Abbiamo invitato a parlare, tra gli altri, anche Stefano Rodotà.
Il 30 aprile avete organizzato un seminario a Bologna dove interverranno anche Cofferati e Barca. Tutti ormai parlano di un nuovo partito della sinistra, con Sel e gli «scissionisti» del Pd.
Queste voci dimostrano la malattia del nostro Paese: dietro ogni iniziativa si vede la nascita di un partito. Dire che la Fiom vuole fare un partito è una enorme sciocchezza. La nostra iniziativa è stata pensata a marzo, insieme alla manifestazione del 18 maggio, e si intitola: “Lavoro e welfare per essere cittadini europei. Le proposte della Fiom su reddito, salario e orario per un diverso modello sociale”. Ovviamente ne parliamo con chi della politica può condividere una idea di cambiamento, restando autonomi e alla pari. Aggiungo che già lo scorso giugno chiedemmo di incontrare tutte le forze politiche, perché da tempo denunciamo la mancanza di rappresentanza del lavoro.
L’ultimo direttivo Cgil dà mandato a cercare nuove regole per la rappresentanza, con Cisl, Uil e Confindustria. La Fiom sostiene questo impulso o è contraria?
Se si sosterrà quel che si è detto, ovvero che alla fine tutti i lavoratori potranno votare piattaforme e accordi, certamente, noi ci siamo. Con l’aggiunta che non si dovrà inibire il diritto allo sciopero: gli accordi devono essere vincolanti per tutti, ma non devono esserci sanzioni, al massimo solo procedure di raffredamento. A chiusura di tutto ci vorrà però una legge. Di recente abbiamo firmato un buon accordo con Finmeccanica, che fa partecipare i lavoratori ai piani dell’impresa.
Cosa proporrete esattamente al seminario del 30 aprile sul salario minimo e il reddito di cittadinanza? Sono temi caldi.
Sul salario minimo dico che contratti e leggi non vanno contrapposti. Oggi ci sono troppi contratti: bisogna ridurli, e arrivare ad esempio a un solo contratto dell’industria. Grazie alla legge sulla rappresentanza, poi, quel contratto sarà valido per tutti: e allora il salario minimo coinciderà con il minimo dei contratti nazionali, ma rafforzato e sancito dalla legge. Sul reddito di cittadinanza, credo vada estesa la cig a tutti i settori, ma nel contempo va assicurato un reddito a disoccupati, inoccupati, precari, e un sostegno per il diritto allo studio. È uno dei temi forti delle nostre proposte, e non a caso il 30 abbiamo invitato tanti precari, giovani, studenti.
Monica Pasquino – ALBA News – per Stefano Rodotà
19/4/2013. Commento di Monica Pasquino, candidata di Repubblica Romana x Sandro Medici Sindaco di Roma, dopo il terzo turno delle elezioni presidenziali.
Sergio Labate – Alba News – Napolitano Bis presidente della Repubblica
20 aprile 2013- Un commento a caldo sulle elezioni del ‘nuovo’ Presidente della Repubblica Napolitano
Marco Revelli – ALBA News – sul primo voto per il Presidente della Repubblica
18 aprile 2013- Marco Revelli sul voto per il Presidente della Repubblica, il suicidio del PD, incapace di governare la situazione. Una grande emergenza con una grande occasione per una svolta, Rodotà come Presidente della Repubblica.
